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Tregua d’agosto per Btp e Bonos rendimenti giù aspettando lo scudo

MILANO — Lo hanno chiamato effetto Draghi. E il riferimento è al discorso del 26 luglio scorso, quando il numero uno dell’Eurotower usò poche parole ma molto chiare: «Faremo di tutto per salvare l’euro».
A un mese di distanza, l’effetto si può misurare in cifre e numeri sui mercati finanziari. Da allora, le Borse europee hanno invertito il senso di marcia. Fermando una discesa che rischiava per alcuni listini (Milano e Madrid su tutte) di diventare vertiginosa, con il ritorno ai minimi toccati nel marzo 2009. In agosto, Piazza Affari e la Bolsa hanno recuperato, rispettivamente, il 9 e il 10%. Più che un ritorno in massa degli investimenti si è assistito una massicce chiusure delle scommesse contro l’Eurozona, sotto forma di posizioni al ribasso, che avevano fatto segnare un massimo storico nel giugno scorso.
Ma non solo. L’effetto Draghi si è riflesso anche sull’andamento dei titoli di Stato. In particolare, sui tassi offerti ai mercati dai governi di Italia e Spagna per potersi rifinanziare, I saggi dei Btp a due e tre anni sono
calati dalla fine del luglio scorso di circa il 20 per cento. Mentre per i Bonos a 2 anni addirittura del 30 per cento. Un effetto che ha portato benefici alle casse dllo stato, ma di riflesso anche ai risparmiatori. Per i Btp a 10 anni, c’è stato un rialzo dei prezzi con cui le obbligazioni si scambiano: in agosto, il guadagno (cedole comprese) è stato in media attorno al 10 per cento.
Un calo dei rendimenti apprezzato anche dalle banche ma soprattutto dalle imprese. Per capirne il motivo, occorre fare un passo indietro. La crisi iniziata con il fallimento della Lehman Brothers, ormai quattro anni fa, ci ha abituato ad avere a che fare con il concetto di credit crunch: la difficoltà a finanziarsi sul mercato, diventato illiquido, perché nessuno si fida più di nessuno e meno che meno ci si presta denaro. Invece, con l’allentarsi delle pressioni, dovrebbe diventare meno complicato per le aziende trovare finanziamenti non solo per sostenere l’attività ordinaria, ma anche per gli investimenti e la sostituzione del vecchio debito in scadenza, con del nuovo.
Ma, come hanno ammonito in molti negli ultimi giorni, occorre far presto. Per rassicurare definitivamente il mercato e convincerlo a chiudere una volta per tutte le scommesse contro i paesi considerato più a rischio. La prova? Tra gli analisti c’è chi ha osservato come nelle ultime settimane sia cambiato l’andamento dei Cds (acronimo che sta per credit default swap), i cosiddetti prodotti coi cui ci si assicura per l’eventuale fallimento dei debito sovrani. Ebbene, c’è stato un avvicinamento dei prezzi: è migliorata la situazione di Portogallo e Irlanda, mentre hanno ripreso a salire per Italia e Spagna, nonché per la Francia. Si tratta, spiegano gli addetti ai lavori, di un riposizionamento in vista delle scadenze di settembre. Nel caso di una divisione all’interno della Bce o di una bocciatura da parte della Corte Costituzionale tedesca del fondo salva Stati,
gli investitori ritengono più probabile che siano Roma e Madrid ad avere i maggiori problemi. E vedere i loro spread con i bund tedeschi divaricarsi. Comincia a preoccupare pure la situazione della Francia. Come dimostrano i dati di ieri, con la disoccupazione che per la prima volta ha superato la soglia psicologica dei tre milioni di persone (in aumento per il quindicesimo mese consecutivo) e un Pil rivisto al ribasso per il 2013. Anche per questo occorre decidere e farlo in fretta.

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