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Tre verifiche sulla delega di firma

La delega per la firma degli accertamenti tributari emessi dall’agenzia delle Entrate ha assunto negli ultimi tempi un’importanza fondamentale nella difesa dei contribuenti. La Cassazione con numerose pronunce ha delineato i termini della questione, chiarendo quali siano i requisiti “minimi” per la sua validità. Sono stati così offerti spunti concreti su quanto deve fare il difensore in presenza dell’impugnazione di un accertamento sottoscritto non dal direttore regionale o provinciale, ma su delega di questi.
Con la sentenza 22803/2015 (presidente Cicala, relatore Chindemi), la Suprema corte ha finalmente chiarito che la delega per la sottoscrizione degli atti rilasciata dal capo ufficio è legittima solo se indica il nome del funzionario delegato, il motivo del conferimento della delega e la validità del provvedimento. Più precisamente è stato affermato che non è decisiva la modalità di attribuzione della delega, poiché può essere conferita con atto proprio o con ordine di servizio, a condizione però che siano indicati:
le ragioni della delega, quindi le cause che ne hanno resa necessaria l’adozione (quali carenza di personale, assenza, vacanza, malattia, eccetera);
il termine di validità;
il nominativo del soggetto delegato.
Non è quindi sufficiente l’indicazione della sola qualifica professionale del dirigente destinatario della delega (la “delega di funzione”), poiché occorre il riferimento nominativo di chi effettivamente riveste tale qualifica. Gli asseriti capi ufficio o capi team al momento della delega potrebbero non rivestire più tale incarico all’atto della sottoscrizione del provvedimento impositivo (per trasferimento, pensionamento e così via).
Secondo la Corte, quindi, la delega in bianco è da considerarsi nulla poiché non consente al contribuente di verificare se il delegato abbia il potere di sottoscrizione dell’atto impugnato e non potendo tale indagine “amministrativa” trasferirsi in capo al ricorrente. Incombe così sul fisco l’onere dimostrare il corretto esercizio del potere sostitutivo e l’assenza di vizi al riguardo, poiché si discute di circostanze che coinvolgono direttamente chi detiene la documentazione, rendendo così difficile (o forse impossibile) per il contribuente accedervi o per il giudice attivare poteri istruttori (Cassazione, sentenza 24492/2015).
È stato così affermato il principio secondo il quale la nullità della delega si riflette sull’atto impositivo. Il possibile vizio va sollevato fin dal ricorso introduttivo, non potendo essere rilevato d’ufficio ad opera del giudice. Il ricorrente, quindi, potrà eccepire che la mancata allegazione della delega ha reso impossibile ogni riscontro sulla validità della sottoscrizione dell’atto.
Non di rado, purtroppo, alcuni giudici di merito ritengono tale eccezione solo pretestuosa e trascurano ogni valutazione al riguardo. A ciò si aggiunga che talvolta gli uffici non producono alcuna prova a sostegno, limitandosi ad affermare che si tratti di un mero atto interno irrilevante ai fini della legittimità dell’accertamento.
La Cassazione (sentenza 24492/2015) ha anche precisato che l’eccezione del ricorrente non può ritenersi «formale ed irrilevante», poiché pone un tema di indagine decisivo che richiede uno specifico esame di merito a cura del giudice. Occorrerà così insistere affinchè il giudice richieda la prova documentale della delega.
Nell’ipotesi, invece, in cui l’ufficio produca la delega, occorre verificare che riporti gli elementi minimi previsti per legge e secondo l’interpretazione data dalla Cassazione.
Infine, nell’eventualità che il giudice di merito, sia in primo sia in secondo grado, trascuri l’eccezione o emetta un giudizio che dimostri una scarsa valutazione degli elementi prodotti, occorrerà eventualmente impugnare la decisione anche sotto questo profilo.

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