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Tre milioni di smart workers nel semestre in prevalenza grandi imprese

Circa tre milioni di lavoratori si prevede che nel primo semestre 2021 lavoreranno in modalità agile. Ad essere interessate sono soprattutto le grandi aziende, dove si stima che anche nella “nuova normalità” post epidemia, almeno un terzo dei lavoratori saranno impiegati in smart working.

L’analisi aggiornata dell’osservatorio Randstad Research, che ovviamente risentiranno dell’andamento della pandemia, evidenziano come sia destinata a proseguire, seppur a ritmi più contenuti, la diffusione del lavoro da remoto, adottato in questi mesi su larga scala con l’obiettivo di limitare il rischio di contagio tra i dipendenti, tanto da essere inserito tra le misure di prevenzione dal rischio diffusione del Covid-19 nel protocollo sottoscritto il 14 marzo 2020 tra Governo e parti sociali, e disciplinato con una normativa semplificata già con il Dpcm 1° marzo 2020, poi confermato dalle successive disposizioni. In base al decreto Milleproroghe la procedura semplificata che prevede il ricorso al lavoro da remoto su decisione unilaterale dell’azienda – invece che in base alla stipula dei contratti individuali tra impresa e lavoratore previsti dalla legge 81 del 2017 – proseguirà fino alla durata dello stato d’emergenza, ovvero, a oggi, fino alla fine di aprile.

«Per il futuro ci sarà alternanza tra attività svolte a distanza con supporti digitali e flessibilità di orario e altre in presenza che richiedono condivisione e interazione tra persone – sottolinea Daniele Fano, coordinatore del comitato scientifico del Randstad Research -. La sfida è anche quella di aumentare la produttività». Questo perché sotto la spinta del coronavirus in un solo anno il mondo del lavoro è cambiato. Se alla vigilia dell’esplosione della pandemia nel nostro Paese erano soltanto 570mila gli smart workers – una delle percentuali più basse a livello europeo -, a marzo del 2020 il numero dei lavoratori da remoto (o meglio, che hanno lavorato da casa) ha sfiorato quota 6,6 milioni, secondo uno studio dell’osservatorio sullo smart working del Politecnico di Milano (di questi 2,1 milioni sono lavoratori delle grandi aziende, 1,1 milioni delle Pmi, 1,5 milioni delle microimprese e oltre 1,8 milioni nella Pa) per attestarsi a poco più di 5 milioni a settembre. In Italia oltre il 40% dei lavoratori durante la pandemia ha lavorato esclusivamente da casa; solo Irlanda e Belgio hanno avuto una percentuale più alta della nostra tra i 27 Paesi dell’Europa, dove la media si è attestata al 34% (sempre in Europa in media il 48% dei dipendenti ha lavorato da casa per parte del tempo durante la pandemia).

Oltre al lavoro da remoto, tra i provvedimenti adottati durante il lockdown è stato chiesto ai dipendenti di usare ferie e permessi (69% nelle grandi imprese, 28% nelle Pmi, 84% nella Pa), si è fatto ricorso alla cassa integrazione o ai contratti di solidarietà (56% nelle grandi imprese e 44% nelle Pmi), alla sospensione dell’attività lavorativa (18% nelle grandi imprese, 32% nelle Pmi, 20% nella Pa). In Europa il 78% dei lavoratori ha dichiarato di voler lavorare occasionalmente da remoto anche per il post pandemia. Sempre il Politecnico di Milano si attende che il lavoro da remoto si farà in media per 2,7 giorni alla settimana nelle grandi imprese e 1,4 giorni nella Pa. «E l’auspicio è che, accanto all’alternanza tra casa e ufficio, ci possa essere anche un maggior orientamento ai risultati», sottolinea Fiorella Crespi, direttrice dell’Osservatorio Smart working del politecnico di Milano.

In questo scenario si tratta di capire come intenda muoversi il nuovo governo. Il ministro del Lavoro, Andrea Orlando si è limitato a dire che lo smart working «è lavoro a tutti gli effetti e non una specie di vacanza o lavoro di serie B», annunciando che costituirà un gruppo di esperti per avviare rapidamente il confronto con le parti sociali. Ma Orlando non ha ancora spiegato come vorrà modificare la legge 81, e che peso dare alla contrattazione collettiva. La legge 81 ha affidato la regolazione del lavoro agile agli accordi individuali, valorizzando la scelta “sempre reversibile” dello smart working (finora apprezzata da imprese e lavoratori).

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