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Tre aliquote fiscali, l’Iva sale di un punto

di Mario Sensini

ROMA — Aumento di un punto dell’Iva, riduzione a tre delle aliquote (20,30 e 40%), riordino della tassazione sulle rendite finanziarie con l’aliquota fissata al 20%già nel 2012, soppressione dell’Irap nel 2014. La decisione del governo si avvicina, è all’ordine del giorno del Consiglio dei ministri di giovedì prossimo, e fioriscono le indiscrezioni sulla riforma fiscale. Le ultime confermano a grandi linee il progetto già annunciato dal governo, con la riduzione delle aliquote dalle attuali cinque a tre e un parziale spostamento della tassazione dai redditi di lavoro e pensione ai consumi, ma il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, non ha ancora tirato le somme e un progetto definitivo ancora non c’è. L’aumento dell’Iva sui consumi è tuttavia scontato. Si parla della possibile crescita di un punto per l’aliquota base del 20%, che salirebbe al 21%, e sull’Iva agevolata al 10%, che si applica ad esempio sull’acquisto dei materiali e sui lavori di ristrutturazione edilizia, che aumenterebbe all’ 11%. Da una manovra di questo genere potrebbero scaturire, secondo i calcoli degli esperti, circa 6 miliardi di euro che servirebbero a finanziare almeno in parte la riduzione delle tasse sui redditi che deriverà dalla riforma delle aliquote e degli scaglioni Irpef. L’ipotesi 20-30-40 resta sul tavolo, ma per la sua attuazione tutto dipenderà dagli scaglioni di reddito di riferimento, che non sono ancora stati stabiliti. La Cgia di Mestre, in ogni caso, ha provato a fare due calcoli. La riforma dell’Irpef, secondo gli artigiani veneti, porterebbe vantaggi di una certa consistenza per le famiglie, oscillando tra i 435 e i 573 euro l’anno, e costerebbe 13 miliardi di euro. Tolto il recupero di gettito che si avrebbe con l’aumento dell’Iva resterebbe scoperta per 7 miliardi di euro. Dal riordino della tassazione sulle rendite finanziarie, che secondo le ultime voci di palazzo potrebbe scattare già dal 2012, arriverebbero circa 1,5 miliardi l’anno. L’aliquota verrebbe unificata al 20%, riducendo quella sui depositi bancari (attualmente pari al 27%) ed aumentando quella sulle obbligazioni (oggi al 12,5%), mentre sarebbe in ogni caso escluso un ritocco della tassazione sui titoli di Stato, che resterebbero sottoposti ad un’imposizione del 12,5%. Le risorse più cospicue da mettere a servizio della riforma arriverebbero dallo sfoltimento della giungla di detrazioni, deduzioni e sconti fiscali di ogni genere di cui godono cittadini e imprese. Sono 470 e costano 160 miliardi l’anno, secondo la ricognizione appena portata a termine dai tecnici, che hanno anche suggerito al governo l’ipotesi di una decurtazione del 10%, pari dunque a 16 miliardi di euro l’anno. Un taglio possibile anche salvaguardando gli sconti fiscali più importanti, come le detrazioni Irpef sul lavoro e le pensioni (valgono 60 miliardi l’anno), quelle sulla famiglia (figli e coniugi a carico pesano 21,5 miliardi l’anno), e sulla casa (9 miliardi l’anno). Un ulteriore contributo alla riduzione delle tasse dovrebbe arrivare dall’eliminazione delle sovrapposizioni tra l’assistenza sociale svolta dall’Inps e l’assistenza «indiretta» svolta attraverso la leva fiscale. In attesa della riforma riprende quota anche l’idea dell’abolizione dell’Irap, tanto odiata dalle imprese quanto benedetta dalle Regioni che incassano ogni anno 38 miliardi di euro e che, secondo alcune fonti, potrebbe scattare già dal 2014. Anche se quel tributo è stato di fatto «regionalizzato» con i decreti di attuazione del federalismo fiscale e ormai è pienamente nelle mani dei governatori, che hanno la facoltà di muovere l’aliquota Irap a loro piacimento (in funzione delle esigenze di bilancio) fino alla sua abolizione.

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