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Transfer pricing, più verifiche

Aumentano le verifiche del fisco sul transfer pricing. Ma la documentazione preventiva predisposta dalle multinazionali protegge dalle sanzioni due volte su tre. Nei limitati casi di disconoscimento della validità della «Tp doc», ciò avviene principalmente a causa della mancata comunicazione del suo possesso (59%), di documentazione che non riflette lo standard delle Entrate (18%), di documentazione incompleta (18%) o di un’analisi funzionale inadeguata (5%).

È quanto emerge da una ricognizione effettuata dallo Studio legale tributario EY, basata su un campione che quest’anno è arrivato a coprire 343 aziende per le quali sono state rilevate informazioni in relazione alla documentazione sui prezzi di trasferimento, introdotta dal dl n. 78/2010.

I dati, presentati a Milano durante il Tax Update 2014 di EY, evidenziano che il 45% del campione ha subito una verifica fiscale relativa ad almeno un anno del periodo considerato (2006-2012). Una percentuale in crescita rispetto al 30% del 2012 e al 36% del 2013. Le 155 multinazionali verificate operano in diversi settori, prevalentemente moda, alimentare e automotive. Nel 44% degli accertamenti la documentazione è stata ritenuta valida, escludendo quindi l’applicazione di sanzioni sulla rettifica dei prezzi praticati. Nel 22% dei casi l’amministrazione finanziaria ha invece negato la protezione (17% per mancanza dei presupposti e 5% per disconoscimento nel merito), mentre il restante 34% dei controlli è ancora pendente e non si conosce quindi l’esito.

«L’attenzione sul transfer pricing resta alta da parte di tutte le amministrazioni finanziarie», commenta Davide Bergami, partner dello Studio legale tributario di EY, «allo stesso tempo però vediamo crescere la sensibilità delle aziende, sia italiane sia estere operanti in Italia, che in molti casi si stanno attrezzando con risorse interne dedicate proprio a questa materia».

In attesa che istituti di dialogo preventivo quali ruling, Apa e cooperative compliance prendano definitivamente piede, questo primo «sforzo di trasparenza» sembra quindi dare buoni risultati. «Dallo spaccato che emerge si può dire sfatato il falso mito secondo cui predisporre la Tp documentation poteva risultare una sorta di «richiamo di attenzione da parte del fisco», prosegue Bergami, «i dati dimostrano che le verifiche interessano sia chi possiede la documentazione sia chi non ce l’ha. In un paese con un pesante sistema sanzionatorio, poter evitare l’applicazione di sanzioni, quando la contestazione media è di diversi milioni di euro, è sicuramente un vantaggio da non sottovalutare». Parte degli accertamenti sul transfer pricing sfociano poi in contenzioso. Ma non tutti. «In caso di contestazione è necessario operare una valutazione quantitativa e qualitativa delle rettifiche e degli scenari», conclude Bergami, «trattandosi di una materia valutativa, l’istituto dell’accertamento con adesione potrebbe consentire interessanti abbattimenti del maggior imponibile e ridurre le sanzioni a un terzo». Una strada che, considerati i tempi, i costi e l’incertezza del contenzioso molte multinazionali hanno percorso, cercando di fare pace con il fisco senza finire davanti al giudice. Soluzione talvolta vista di buon occhio anche dall’Agenzia delle entrate, che riesce a incassare meno, ma subito.

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