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Transfer pricing con valori esteri

Per la quantificazione del valore delle transazioni infragruppo i dati emergenti dai listini della camera di commercio si applicano solo dopo il riscontro dell’inesistenza o dell’inattendibilità dei prezzi normalmente applicati dal venditore. Ad affermarlo è la Corte di Cassazione con la sentenza n 22010 depositata ieri.
La vicenda traeva origine dal recupero a tassazione di interessi passivi dedotti da una società italiana a seguito di un finanziamento erogato dalla capogruppo tedesca.
A parere dell’amministrazione, il tasso di interesse applicato all’operazione era superiore a quello medio praticato nel mercato tedesco e, pertanto, si trattava di un’operazione elusiva volta alla riduzione del reddito imponibile. Mentre la Ctp accoglieva il ricorso del contribuente, la Ctr riformava la sentenza di primo grado condividendo le tesi dell’ufficio
Il giudice di appello riteneva infatti indeducibile il costo finanziario per la sussistenza di un’evidente operazione di transfer pricing, dimostrata proprio dalla rilevante differenza tra i tassi mediamente applicati sul mercato tedesco e quelli pattuiti tra le società.
La contribuente ricorreva così per Cassazione ma i giudici di legittimità hanno confermato il verdetto di secondo grado, fornendo, nel contempo, alcune precisazioni sulla norma sui prezzi di trasferimento. La disposizione, precisa la sentenza, ha la finalità di consentire all’Amministrazione un controllo dei corrispettivi applicati alle operazioni commerciali e/o finanziarie tra società collegate e/o controllate residenti in Paesi diversi.
Un ruolo centrale è affidato all’articolo 110 comma 7 del Tuir che ha proprio lo scopo di introdurre nel nostro sistema una clausola antielusiva finalizzata ad evitare che all’interno del gruppo di società siano effettuati trasferimenti solo per conseguire dei risparmi di imposta. Più delicata, per i giudici di legittimità, è, invece, l’esatta determinazione del “valore normale” da prendere a riferimento per riscontrare se l’operazione posta in essere possa avere profili elusivi.
L’articolo 9 del Tuir nella prima parte definisce “valore normale”, il prezzo mediamente praticato per beni o servizi della stessa specie, in condizioni di libera concorrenza. Nella seconda parte, invece, ne detta i criteri per la determinazione disponendo che deve farsi riferimento, quando possibile, ai listini o alle tariffe del venditore ovvero in mancanza ai listini delle camere di commercio, tenendo conto degli sconti d’uso.
La norma dispone che solo in caso di inesistenza, di inapplicabilità o inattendibilità del listino del soggetto venditore, si deve ricorrere alle quotazioni della camera di commercio. Si tratta quindi, di una possibilità sussidiaria e suppletiva.
Nella specie, l’ufficio avendo focalizzato il confronto tra i tassi mediamente applicati dalla BundesBank tedesca si era correttamente uniformato ai citati criteri.
Per quanto riguarda l’onere della prova, la Cassazione precisa che l’ufficio può limitarsi ad evidenziare che le transazioni sono avvenute a prezzi diversi rispetto al valore normale, non dovendo anche provare l’elusività dell’operazione.
Spetta poi al contribuente dimostrare l’esistenza e l’inerenza dei costi dedotti, e che i prezzi applicati sono “normali”.

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