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Transfer pricing blindato

L’errata applicazione, da parte dell’ufficio, delle disposizioni nazionali ed internazionali in materia, azzera la rettifica del transfer pricing. Questo quanto affermato dalla Commissione tributaria regionale di Milano con la sentenza n.3165/34/2015.

Il fatto

L’Agenzia delle entrate aveva contestato alla società A di aver applicato in operazioni intercompany prezzi inferiori a quelli che sarebbero stati applicati tra parti indipendenti e per l’effetto aveva accertato maggiori ricavi non dichiarati per l’anno d’imposta 2008.

A detta dell’ufficio la disciplina del transfer pricing era applicabile al caso di specie in quanto A era soggetta all’influenza economica delle società estere C e G con le quali aveva intrattenuto le operazioni contestate. A era infatti (i) partecipata al 10% dalla società Delta il cui socio di maggioranza era il sig. R ed era (ii) rappresentata dal sig. B. nipote del sig. R. Dai riscontri effettuati dall’Ufficio era emerso anche che il sig. R agiva in nome e per conto delle società estere C. e G. e che lo stesso ricopriva anche il ruolo di agente esclusivo per il Nord America dei beni prodotti dalla società A. L’ufficio, in particolare, riteneva che la dominante influenza delle società estere su A fosse da rinvenire nella circostanza che «tutti i soci persone fisiche ricevevano [da A] uno stipendio o un compenso per lo svolgimento di attività lavorativa» nonché dal fatto che il Sig. R fosse al contempo socio di A per il tramite di Delta, rappresentante delle due società estere C e G e agente esclusivo nel Nord America di A. In virtù del legame esistente tra le società, l’ufficio aveva verificato la conformità a valore normale dei prezzi applicati nelle cessioni tra A e le società estere C e G, ai sensi dell’art. 110, c. 7 del Tuir, applicando il metodo del margine netto della transazione (c.d. Tnmm) rinviando a quanto previsto nelle Linee guida Ocse sui prezzi di trasferimento intercompany nella versione del 2010. L’ufficio pertanto comparando il margine sui ricavi (Ros) realizzato da A con quello di società comparabili (individuate sulla base del loro codice Ateco), giungeva alla conclusione che la società aveva ottenuto ricavi inferiori rispetto a quelli che avrebbe realizzato se le operazioni fossero state conformi al principio del valore normale.

La sentenza

I giudici di Milano hanno annullato il rilievo in argomento. La Commissione ha affermato, in primis, che nel caso di specie non ricorrevano i presupposti per l’applicazione delle disposizioni sul transfer pricing in quanto ai sensi dell’art. 2359 c.c. perché si possa configurare un’influenza dominante di una società su un’altra è necessario che vi siano particolari vincoli contrattuali tra i due soggetti mentre nel caso di specie non vi era alcun accordo tra A e le società C e G. Inoltre la rettifica era errata in quanto l’ufficio, facendo riferimento alle Linee guida Ocse del 2010 aveva applicato il metodo reddituale del Tnmm. I giudici, statuendo che per le rettifiche operate nel 2008 dovevano essere applicate le indicazioni contenute nelle Linee guida Ocse all’epoca vigenti e non quelle «emesse nel 2010 e applicabili dal 2011», hanno affermato che l’ufficio, per la scelta del metodo di verifica del valore normale, avrebbe dovuto seguire la rigida gerarchia stabilita nelle previgenti Linee guida che prevedevano dapprima l’utilizzo dei metodi tradizionali e solo in caso di impossibilità di applicazione di questi l’utilizzo dei metodi reddituali. La rettifica è stata infine considerata illegittima in quanto le società considerate comparabili dall’Ufficio con A in realtà non lo erano in quanto (i) individuate solo sulla base del codice Ateco e (ii) avevano un volume d’affari «tra le 4 e le 25 volte» maggiore rispetto alla contribuente.

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