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Transfer price, test sui compensi

Modello Unico delle imprese multinazionali con occhi puntati su transfer price e costi black list. Prima della chiusura estiva, le società che hanno consistenti rapporti commerciali con partecipate estere devono predisporre la documentazione necessaria a supportare il calcolo del reddito di impresa alla luce della crescente attenzione dell’amministrazione finanziaria in materia di quantificazione dei prezzi di trasferimento, costi da paradisi fiscali ed esterovestizione delle strutture oltrefrontiera.
Politiche dei prezzi
Sempre più spesso le verifiche fiscali su società che acquistano o vendono beni e servizi nei confronti di controllate o controllanti estere si accentrano sulla corretta applicazione, nella determinazione del reddito, delle norme in materia di transfer price, di deducibilità dei costi sostenuti presso fornitori domiciliati in Paesi a fiscalità privilegiata ed infine di residenza effettiva delle società estere.
In materia di prezzi di trasferimento, le società devono innanzitutto verificare che i corrispettivi praticati siano in linea con il criterio del valore normale. Prima ancora di stabilire se predisporre, o meno, la specifica documentazione prevista dall’articolo 1, comma 2-ter del Dlgs 471/97 e dal provvedimento del 29 settembre 2010 (masterfile e country file), per l’esonero da sanzioni in caso di accertamento, occorre monitorare i principali rapporti intercompany e per ciascuno di essi analizzare le politiche di pricing. Occorre, poi, verificare se i corrispettivi pattuiti (in base alle descritte politiche) sono conformi a quelli che risultano “di mercato” in base ad uno dei criteri previsti dalla prassi internazionale.
Metodi reddituali
La sempre maggiore complessità delle strutture multinazionali e, dunque, la varietà delle situazioni in termini di localizzazione delle diverse funzioni aziendali e dei rischi, tra società italiane e consociate estere, sta rendendo sempre più diffuso l’utilizzo, per il test di congruità del pricing adottato, dei metodi cosiddetti reddituali, a scapito di quelli tradizionali, in particolare, del metodo del confronto del prezzo (Cup) in passato considerato più affidabile e di più immediata comprensione dalla prassi. Dalla seconda edizione del bollettino del ruling internazionale, pubblicato dall’agenzia delle Entrate nel marzo di quest’anno, si apprende che negli accordi preventivi con l’amministrazione finanziaria (cosiddetti Apa, advance pricing agreement), i metodi reddituali coprono quasi l’80% del totale. Il Tnmm (metodo basato sulla comparazione della redditività media del flusso di operazioni), da solo, è impiegato nel 56% degli accordi (con preferenza per indicatori di profitto calcolati in percentuale dei costi).
Oltre alle transazioni commerciali tipiche (acquisto o vendita di prodotti o merci), va testata anche la congruità di altre operazioni che spesso intervengono nei gruppi, come la fornitura di servizi direzionali o gestionali (contabilità, finanza, personale, tecnologia, ecc.) per i quali è frequente una fatturazione in base al costo specifico più un mark-up.
Transfer price ed elusione
Gli accertamenti sui transfer price, sempre più diffusi nelle verifiche fiscali, comportano una rettifica in aumento del reddito qualora i corrispettivi siano, rispettivamente, inferiori (vendite) o superiori (acquisti) al valore determinato secondo regole di libera concorrenza. Queste rettifiche, anche se il comportamento degli uffici finanziari non è, su questo aspetto, uniforme, non dovrebbero avere impatto sull’Irap, tributo che (dal 2008) si basa esclusivamente sulle risultanze contabili senza rilevanza delle variazioni fiscali. Un altro punto in discussione riguarda la natura antielusiva della disciplina e dunque la necessità, per l’ufficio, di dimostrare che il pricing adottato ha comportato per il gruppo un risparmio fiscale a livello internazionale (in senso favorevole, Cassazione n. 11949/2012 e n. 7716/2013).

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