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Tramontano i paradisi fiscali. Va di moda la cooperazione

I paradisi fiscali si avviano verso un’effettiva cooperazione amministrativa, a fini tributari. È quanto emerge dall’affievolimento del segreto bancario e dallo scambio di informazioni, in via di implementazione su scala internazionale. Questo non ne implica, tuttavia, l’azzeramento tout-court. Nel prossimo futuro non è da escludere che un esiguo numero di giurisdizioni extra Ue mantenga lo status di paradiso fiscale, per questo esponendosi a sanzioni che l’Europa e ancor prima il G20 hanno annunciato voler adottare: roccaforti pronte a opporre una strenua resistenza e a rivendicare l’essenza di tax haven in prospettiva comunque non manca (su tutti gli Emirati Arabi Uniti, ma non solo). Questo lo scenario di fondo da cui muovere. È notizia di questi giorni l’impegno assunto da dieci stati membri (Regno Unito, Francia, Germania, Spagna, Italia, Polonia, Belgio, Olanda, Romania e Repubblica Ceca), finalizzato allo scambio automatico di informazioni bancarie a livello comunitario. Un primo segnale era già stato dato da Italia, Francia, Germania, Spagna e Regno Unito a seguito dell’adesione all’adozione della normativa Fatca (Foreign account tax compliance act), implementata all’inizio del 2013 dagli Stati Uniti d’America, incentrata sullo scambio di informazioni automatico, con riferimento ai redditi riferibili ai residenti degli Usa. A questo si aggiunga che la Svizzera prima, il Lussemburgo poi (e presumibilmente l’Austria a breve) hanno rinunciato a trincerarsi oltre dietro al segreto bancario, erto in passato a baluardo invalicabile. L’Austria in questi giorni ha mosso un primo timido passo verso la cooperazione, non rinunciando però a puntare con vigore l’indice contro il Regno Unito, tramite il ministro delle finanze austriaco, Maria Fekter. Stando a quest’ultima, il Regno Unito è reo di controllare territori dediti al riciclaggio e all’evasione fiscale, individuati nelle isole del Canale, in Gibilterra e nelle isole vergini britanniche. Va però ricordato che detti territori hanno già sottoscritto dei Memorandum of Understanding, con i quali si sono impegnati a rendere disponibili al Regno Unito le informazioni rilevanti a fini fiscali, da loro possedute o comunque acquisibili. La guerra è in atto. Lo stesso Algirdas Semeta, commissario Ue alla fiscalità, ha ribadito con veemenza, a fronte del recente scandalo noto come «off-shore leaks», quanto da tempo sostenuto in ordine al contrasto da opporsi ai paradisi fiscali e finanziari, i cui strumenti per giungerne allo smantellamento sono già sul tavolo e pronti per l’uso.

Per un approfondimento della posizione comunitaria, compiutamente espressa nel corso dello scorso anno, si rimanda al parere del comitato economico e sociale europeo, sul tema paradisi fiscali e finanziari: una minaccia per il mercato interno dell’Ue (parere 2012/C, 229/02). Non va da ultimo trascurato l’impatto della direttiva 2011/16/Ue, relativa alla cooperazione amministrativa nel settore fiscale, che a decorrere dall’1 gennaio 2013 ha, tra l’altro, abrogato la ormai obsoleta direttiva 77/799/Cee.

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