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Tra Ubi e il Banco pronto un gruppo da 11 miliardi

Ubi Banca vale in Borsa 6.150 milioni di euro. Il Banco Popolare 5 mila. La Banca Popolare di Milano 4 mila. La Banca Popolare dell’Emilia-Romagna 3.800. Unendo a piacimento a due a due le quattro banche, si comprende facilmente la portata dell’operazione che si sta andando a realizzare.
Terzo gruppo
Infatti, il Monte dei Paschi di Siena — che fino alla profonda crisi che l’ha attanagliato era considerata la terza banca d’Italia — arriva a 4.800 milioni di capitalizzazione, una cifra peraltro difficile da comprendere considerando l’importo degli ultimi aumenti di capitale. Ma sulla base dei riscontri di Borsa non v’è dubbio che quello che va componendosi sarà un profondo ridisegno delle geografie creditizie.
Ubi e Banco stanno parlando intensamente. La loro unione porterebbe con sé la benedizione delle autorità di vigilanza, che chiedono la nascita di un forte polo del risparmio e della finanza e anche degli attuali capo azienda. Sia Victor Massiah per Ubi che Pier Francesco Saviotti per il Banco Popolare — in momenti distinti e senza fare alcun tipo di riferimento al partner — si sono espressi a favore di un’ operazione che crei valore per i rispettivi istituti e per i soci degli stessi. Quale occasione migliore, dunque, di mettere assieme le due corazzate popolari da cui poi discenderà il riassetto dell’intero settore?
Conti in tasca
Ubi più Banco, oggi, darebbero vita a un gruppo capace di capitalizzare in Borsa oltre 11 miliardi di euro. Tanto per chiarire: Intesa Sanpaolo, prima banca italiana per capitalizzazione, supera i 51 miliardi; Unicredit arriva a 35 miliardi. Ma nonostante il distacco netto e persistente nei confronti delle due big del settore, si verrebbe a prospettare la nascita di un polo forte e radicato .
Gli advisor al lavoro stanno analizzando tutti gli aspetti più rilevanti della possibile integrazione. Emerge, in particolare, un significativo cambiamento rispetto alle grandi operazioni di fusione che si sono realizzate nel 2007. Allora sul piatto della bilancia andavano poste in considerazione soprattutto tre voci: 1) Numero degli sportelli di ciascun istituto; 2) Livello di concorrenza tra le due banche sui singoli territori; 3) Possibili sinergie di costo. Oggi, nessuno di questi aspetti sembra avere valore. Gli sportelli — che in quegli anni venivano pagati anche più di 12 milioni l’uno — oggi sono pesantemente svalutati: non valgono più molto. Si stima che, grazie alla diffusione delle tecnologie informatiche, una banca di livello nazionale possa coprire agevolmente il territorio italiano con un numero di circa mille agenzie. Solo Ubi ne ha oltre 1.500. Le sinergie di costo sono poi un aspetto da cui sarà difficile trarre benefici, perché negli ultimi cinque anni molti istituti italiani hanno largamente tagliato costi e inefficienze, mentre gli aspetti concorrenziali verrebbero sminuiti dall’allargamento del territorio di riferimento. Nascerà una banca nazionale, non un istituto pluri-regionale.
Sono dunque stati praticamente cancellati tutti i principali parametri in voga meno di dieci anni fa. Di cosa si discute allora oggi? Sostanzialmente di requisiti patrimoniali. Le autorità di vigilanza hanno fatto così pesantemente pesare il loro ruolo — dall’Eba di Enria alla Bce, con i temutissimi Srep — che nessuno è disposto a sottovalutare la solidità del possibile partner. Solidità da considerare assieme alla liquidità, questo il primo punto.
Poi, viene il rapporto con gli investitori istituzionali. Nel capitale di Ubi oggi questa categoria vale il 45 per cento del totale ed è rilevante anche nel capitale del Banco Popolare. A questi signori interessa la creazione di valore. Il territorio, bandiera delle banche ottocentesche, è funzione della produzione di ricchezza: giù la maschera! Infine, i mercati, che non sono un luogo astratto, né il centro di ogni male, bensì quel posto dove tutte le banche vanno ad approvvigionarsi di danaro. Più sono solide, meno pagano. Sono questi i punti in discussione, solo successivamente entra in gioco la scacchiera delle poltrone.
Tappe
La macchina è avviata. Il voto dell’assemblea di Ubi Banca, di sabato 10 ottobre, è un momento storico. La più grande e solida tra le banche popolari italiane ha infatti deciso di trasformarsi da popolare in Spa. Ubi si chiama quindi fuori dagli effetti di una possibile decisione del Tar che il 10 febbraio 2016 esaminerà nel merito il ricorso presentato contro il decreto Renzi e le disposizioni attuative della Banca d’Italia. La trasformazione di Ubi segue la volontà espressa da Popolare di Vicenza (che passerà al vaglio dell’assemblea in primavera) e alla recentemente annunciata volontà di Veneto Banca. Sono così già tre le popolari che, a più di un anno dalla scadenza dei termini di legge, si sono mosse con decisione sulla via della trasformazione sociale. Il resto arriverà. Spinto probabilmente dalle attività di concentrazione su cui tutti stanno ragionando.

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