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«Tra Mediaset e Vivendi ci sono contatti continui»

L’estate 2015 della finanza inizia con le prove tecniche di alleanza Mediaset e Telecom Italia. Comoplice la «nuova coppia» Pier Silvio Berlusconi e Vincent Bollorè. L’ingresso di Vivendi nell’ex colosso pubblico delle tlc, dopo la contestuale uscita di Telefonica, e di fatto il passagio sotto le insegne francesi, riapre vecchi e mai sopiti rumors di una mega-fusione. Accomunati dagli interessi in Mediobanca, il crocevia della finanza in Italia, in cui sono azionisti Fininvest, la cassaforte della famiglia Berlusconi, e la holding Financiere du Perguet, i due da tempo discutono. Di una fantomatica Tele-Media se ne parla, sempre senza poi nulla di concreto da anni, da almeno una decina. E un matrimonio tra Telecom e Mediaset, inteso come fusione azionaria e societaria, in realtà non esiste e probabilmente non ci sarà mai. Lo stesso Piersilvio è il primo a sgombrare il campo: «Molto difficile». Ci sarebbe anche uno scoglio politico, e le resistenze dei palazzi romani a operazioni finanziare già s’è visto com’è andata a finire con la tentata scalata di Ei Towers, le torri di Mediaset, a RaiWay, bloccata pur essendo un’operazione industriale che aveva senso. Escluso il matrimonio, però, Mediaset e Telecom, via Bollorè, stanno studiando possibili accordi sui contenuti. 

Vuoi vedere che può essere il finanziere bretone, uomo sempre più al centro dello scacchiere del potere in Italia, l’agognato partner che da tempo in casa Berlusconi cercano per la pay-tv? Mediaset Premium, che per i prossimi tre anni avrà la Champions League in esclusiva, è l’atout con cui Piersilvio intende sferrare l’attacco a Rupert Murdoch. Sette anni fa, quando Premium partì, Sky aveva di fatto il monopolio con il 95% del mervato pay-tv in Italia. Oggi è sceso al 70 e Premium è salita al 30%. Percentuale che potrebbe arrivare a tallonare o addirittura pareggiare il concorrente dal prossimo autunno ,con Sky orfana dell’evento che attira più abbonati. La concorrenza ha rotto lo strapotere sulla pay-tv. Ma nel frattempo quella torta si è rimpicciolita: il mercato delle tv a pagamento in Italia soffre la recessione e,a sentire gli analisti, non è in grado di reggere due operatori (destinati peraltro a diventare tre con lo sbarco, sempre in autunno, del colosso americano Netflix, senza dimenticare la start-up Chili di Stefano Parisi): guerra sui prezzi, aumento dei costi e margini bassissimi. Sul mercato si caldeggiava una possibile alleanza sulla pay tra i due arci-rivali. E Sky ci ha anche provato, a dire il vero. Con una super-offerta da 1,1 miliardi, come ricostruito dall’agenzia Radiocor-Il Sole 24 Ore: ma a Cologno hanno detto di no.
Il nome di Vivendi, invece, è uno di quelli che da tempo circolava, accanto al Qatar e ad Al Jazeera. Da due anni si parla di un’alleanza. Nel frattempo è entrata con un pezzetto l’onnipresente Telefonica come controat dell’affaire Digital+, il canale pay spagnolo. Ora Vivendi potrebbe avere le sembianze di Telecom di un possibile accordo sui contenuti, che ieri Piersilvio ha dato quasi per fatto. Di certo strappare il jolly storicamente in mano al concorrente è costato molto: uno sforzo finanziario notevole, circa 700 milioni. Ci vorranno 2-300mila abbonati per andare in pareggio. E’ una scommessa, ma in Mediaset sono civi vincerla. E così si spiega anche il «Proclama di Portofino» di due settimane fa, quando Pirsilvio ha di fatto dichiarato guerra a Sky.
Sta di fatto che fare l’editore tv è sempre più difficile. Ancora una volta, è il quinto anno ormai, il numero uno del gruppo, nell’aprire due giorni fa la serata dei palinsesti l’evento clou per investitori e inserzionisti, si è visto costretto a esordire con la parola «crisi». Nonostante le attese, il 2015 è ancora un anno in trincea, per l’industria dei media e la raccolta pubblicitaria: dopo un primo trimestre in calo, il secondo ha chiuso, secondo le anticipazioni fornite, di fatto fermo rispetto al 2014 (che però era in calo sul 2013, in calo sul 2012). Qualche spiraglio arriva dal rimbalzo di giugno (+6% di raccolta) ma il semestre probabilmente chiuderà in calo. E’ il segnale che l’agognata ripresa,quel +0,7% di Pil stimato per il 2015, se ci sarà non sarà nell’industria dei media. Per questo a Cologno non si sbilanciano. Dopo gli anni terribili 2011-2012 con il maxi-rosso di 230 milioni, ora quantomeno il quadro è stabilizzato e i conti chiudono in equilibrio. Ma Piersilvio sa di muoversi su un terreno scivoloso. «La visibilità rimane bassissima» nè tantomeno si arrischia a fare previsioni su un ritorno al dividendo, che dopo 3 anni di digiuno, il mercato guarderebbe con approvazione.
Come se ne esce? Ci vuole sempre più offerta e multi-medialità. Ecco allora l’altra mossa: Mediaset si compra R101 ed entra nel mondo delle radio. A ben vedere è tutta un’operazione in casa perché comprano dalla Mondadori, anch’essa di proprietà di Berlusconi. Da tampo la casa editrice di Segrate cerca di uscire dalla radio, asset in perdita perenne. Cedendola alla cugina, Mondadori incassa una plusvalenze e deconsolida perdite. Ma per la casamadre Fininvest il saldo contabile sarà zero. Tuttavia il vantaggio industriale in questo spostamento di asset da un’azienda all’altra dello stesso gruppo c’è: radio e libri/riviste non hanno sinergie. Sotto la tv commerciale più grande d’Itlaia, che ogni settimana raggiunge 57 milioni di persone (teoricamente tutta l’Italia), invece radio R101 ha enormi sinergie di contenuti e pubblicità. «E’ un’offerta di mercato» replica il figlio dell’ex premier. Casomai c’è da chiedersi perché non sia stata fatta prima.

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