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Tra lavoro e welfare la legge di bilancio parte già da 10 miliardi

Il rispetto del cronoprogramma concordato con Bruxelles per l’attuazione del Recovery plan resta la priorità assoluta per il governo. Ma gli stessi dossier collegati al Piano obbligano i tecnici del ministero dell’Economia a guardare già alla legge di bilancio autunnale. Che si presenta con un percorso non del tutto agevole, anche perché a Via XX Settembre vorrebbero evitare di appesantire il deficit con un nuovo scostamento di bilancio dopo i 72 miliardi di disavanzo aggiuntivo autorizzati dal Parlamento nel 2021 per i due decreti Sostegni.

Perché le cifre sono ovviamente da considerare del tutto provvisorie, visto che mancano ancora tre mesi alla Nota di aggiornamento al Def che rifarà il punto sui saldi di finanza pubblica. Ma la lista degli argomenti al centro del confronto della maggioranza già presentano alla prossima manovra un conto che si potrebbe avvicinare ai 10 miliardi. Per crescere drasticamente sul 2023 con la proroga del Superbonus, su cui il governo si è impegnato, e i fondi da trovare per la riforma fiscale.

La riforma degli ammortizzatori sociali, ad esempio, graverà sui conti del 2022 e degli anni successivi. Il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, sta definendo con le parti sociali un piano di riordino che dovrebbe vedere la luce entro luglio. L’intervento costerebbe a regime tra gli 8 e i 10 miliardi e già il prossimo anno richiederebbe una dote di 2-3 miliardi. Che rappresenterebbe più o meno un terzo degli almeno 7-8 miliardi da recuperare con la manovra per il capitolo lavoro, stando alle prime stime ufficiose dei tecnici. Anche con il decollo della riforma degli ammortizzatori non sarebbe scongiurato il rischio di “buchi finanziari” nellla Cig. In altre parole, il caso dei giorni scorsi della stop dell’Inps agli ammortizzatori da erogare per l’insufficienza dei fondi disponibili, poi risolto dal Mef, potrebbe ripetersi. Di qui la necessità di avere a disposizione non meno di un miliardo per il 2022 con cui fare fronte anche a possibili proroghe settoriali. E un contributo analogo dovrebbe essere garantito per rifinanziare la Naspi.

C’è poi tutta la partita del reddito di cittadinanza, intrecciata all’assegno unico per i figli. Con la fine del blocco dei licenziamenti potrebbe scattare una riconfigurazione di questo strumento per renderlo fruibile anche dai lavoratori che perderanno il posto e che non rientreranno in nuovi percorsi occupazionali. Sarebbero necessari 2 o 3 miliardi, che si andrebbero ad aggiungere ai 7,2 miliardi per il 2022 già stanziati dalla legge istitutiva del reddito di cittadinanza e agli ulteriori 4 miliardi per il periodo 2021-2029 previsti dai rifinanziamenti. Tra le incognite c’è poi il destino del reddito d’emergenza, ora prolungato di quattro mesi dal Dl Sostegni bis. C’è anche un altro capitolo al quale potrebbero essere destinate consistenti risorse: è quello degli incentivi per favorire l’occupazione, a cominciare dai contratti a termine in scadenza.

Nel menù della prossima legge di bilancio trova già posto la voce pensioni, anche se il confronto tra il governo e i sindacati sul dopo-Quota 100 non è ancora scattato. Al Mef si guarda con distacco alle varie opzioni circolate nelle ultime settimana. Ma anche con un ritorno integrale alla legge Fornero, accompagnato da una semplice proroga dell’Ape sociale, magari in versione rafforzata, e di Opzione donna (la possibilità di uscita per le lavoratrici con almeno 58 anni d’età, 59 se “autonome” e 35 di contributi e l’assegno tutto “contributivo”), occorrerebbe trovare circa un miliardo. Che farebbe salire il conto degli interventi su lavoro e pensioni a quasi 10 miliardi, al netto degli eventuali fondi per incentivare sull’occupazione.

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