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Tra i neri di Harlem convertiti da Sanders “È lui che può aiutarci”

«La parola socialismo? A me piace. Non parlatemi di Cuba o dell’Unione sovietica, per favore: ho 27 anni». Roderick Lawrence, afroamericano, di mestiere fa l’attore. Lo incontro mentre fa la fila sotto una pioggerellina gelida, sulla 125esima strada. Siamo nel quartiere di Harlem, sul marciapiede dell’Apollo Theater. Un luogo storico per la comunità afro-americana, un tempio del jazz e del blues. Con la rinascita culturale di Harlem ci si viene sempre più spesso, di recente ero all’Apollo per un musical su Charlie Parker, ci torno giovedì per sentire Esperanza Spalding. Anche stasera c’è una gloria musicale in scena: Harry Belafonte. Ma non per cantare. A 89 anni il maestro della musica calypso è qui per introdurre l’altra star della serata, Bernie Sanders.
È per ascoltare un 74enne bianco ed ebreo, che tanti ragazzi neri affollano l’ingresso dell’Apollo, e disciplinatamente si sottopongono ai controlli del Secret Service col metal detector. La sfida di Sanders, almeno in teoria, è molto ardua. Mancano 8 giorni alle primarie democratiche di New York, sulla carta Hillary Clinton è favoritissima. La Clinton è stata senatrice di New York quindi ha qui una solida base elettorale. Sanders, pur essendo nato a Brooklyn, ha fatto la sua carriera politica molto più a Nord, nel Vermont. Lui dovrebbe essere un estraneo nella cittadella afroamericana di Harlem: come si è visto nelle primarie del Sud, i neri tendono a votare per Hillary.
«Sarà vero altrove – mi dice Monet Merchand, 26 anni – o forse per la generazione dei miei genitori. Io sono afroamericana e Millennial, forse conta più l’età che il colore della pelle. E poi ho scoperto una cosa bellissima su Sanders». Sotto la pioggia comincia a digitare lo schermo del suo iPhone, finché trova una vecchia foto di giornali: «Eccolo qua, Bernie da ragazzo, in una manifestazione per i diritti civili guidata da Martin Luther King. Questo è il punto: la coerenza. Io non faccio politica attiva, ho votato per Obama l’altra volta e poi basta. Sono contenta di votare di nuovo per qualcuno che può cambiare le cose. Hillary mi sembra una che posa, una finta». Con un’altra ragazza in fila per entrare all’Apollo, ritorna quella parola démodé qui in America, socialismo. «Per me – dice Darilyn Castillo, 24 anni, che si autodefinisce metà nera e metà ispanica – oggi socialismo vuol dire accesso all’istruzione e alle cure mediche per tutti. Siamo in una società dove tornano a contare i privilegi alla nascita. Le opportunità per studiare si stanno restringendo di anno in anno, se sei un figlio di poveri o anche della middle class».
Il mio è un campione molto piccolo, non posso confutare i sondaggi, che indicano un radicamento ben più forte di Hillary nella comunità nera. Però una spiegazione alternativa me la offre un ragazzo bianco venuto anche lui qui ad Harlem per il raduno elettorale. Michael Daley, 26 enne scrittore free-lance: «L’idea che Hillary fosse molto più forte tra i neri è datata. Risale all’ini- zio di questa campagna, quando Sanders era sconosciuto da queste parti. Via via che hanno imparato a conoscerlo, si sono accorti di quanto hanno in comune con lui».
C’è un tema sul quale il cuore di Harlem è decisamente contro la Clinton. Anzi, contro i coniugi Clinton. Me lo spiega, già seduta dentro l’Apollo, Joyce McMillan, una nera di 30 anni, che si definisce «attivista di quartiere per i diritti umani». «Odio le politiche che applicò Bill Clinton da presidente – dice la McMillan – perché hanno inflitto danni enormi alla mia comunità. È sotto un Clinton che cominciò l’incarcerazione di massa; e poi i tagli drastici al Welfare. La coppia Hillary-Bill per me rappresenta tutto il contrario dei nostri interessi. I due hanno preso casa qui ad Harlem, ed ecco che è partita le gentrification, l’espulsione di ceti popolari dal quartiere, di fatto sempre meno afroamericano».
La serata si scalda di canti (“ Power to the People”), l’Apollo rimbomba di applausi quando Sanders prende la parola ed esalta «la vittoria di voi tutti con l’aumento del salario minimo a 15 dollari l’ora, la prova che l’America cambia con i movimenti dal basso, la vostra mobilitazione». Il test di Harlem è incoraggiante per Sanders. Ma il 19 non vota solo New York City, roccaforte liberal. Il resto di questo grande Stato, che arriva fino ai confini col Canada, è più moderato o conservatore. La macchina del partito, dal governatore Andrew Cuomo al sindaco Bill de Blasio, sta con Hillary. E poi c’è lo spettro di Donald Trump, favorito qui nelle primarie repubblicane. «A un certo punto – ammette il giovane Lawrence – dovremo tutti interrogarci sul voto utile, su chi sia il candidato migliore per sbarrare la strada a Trump».

Federico Rampini

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