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Tra gli azionisti Parmalat Rockefeller, Ford e Gm

di Massimo Sideri

 

MILANO— Chissà se i prossimi 12-13-14 aprile all’assemblea della Parmalat per il rinnovo del board ci saranno gli insegnanti della Louisiana con le loro 100 azioni, la Rockefeller Company con le sue 121.535, i pensionati della svizzera Ubs (291.024), dell’Ibm (203.444), della Jaguar (2.603), dello Stato dell’Indiana (72.268), dell’Honeywell (356.400) piuttosto che i minatori americani (41.087). La lista è lunghissima: 409 tra fondi pensione — per qualche ragione il titolo di Collecchio piace moltissimo agli ex dipendenti delle case automobilistiche, con General Motors, Rolls Royce, Land Rover e Ford in prima linea —, investimenti governativi — c’è il Giappone oltre a molte amministrazioni cittadine come Los Angeles — e addirittura i fondi dell’Unione Europea per i rifugiati palestinesi. Certo, per la maggior parte si tratta di pacchetti da poche decine o centinaia di migliaia di azioni, frazioni di un interesse che raggiunge i quattro angoli del mondo, dall’Alaska a Hong Kong. Ma che in ogni caso mostrano il dna (per ora) fortemente public della company Parmalat. E che fanno comprendere meglio l’interesse globale certificato dai molti articoli usciti sulla stampa estera la scorsa settimana, dal San Francisco Chronicle a Newsweek, sulla battaglia scatenata per il dopo Bondi da Mackenzie, Skagen e Zenit. Sono infatti tutti azionisti «attivi» che si sono presentati a votare all’ultima assemblea del 1 aprile 2010. Quello che colpisce ulteriormente è che su 409 soci attivi ben 407 sono esteri (tranne Mediobanca e Intesa Sanpaolo). La presenza della Public School della Pennsylvania, del Trinity College, di Abu Dhabi, della 3M, di Motorola o della Caisse de Depot du Quebec si giustifica anche con l’importanza che la multinazionale Parmalat aveva all’era di Calisto Tanzi, prima del crac del 2003. Al di là delle truffe contabili, dei bilanci rielaborati con il copia e incolla di Microsoft Word e delle lettere di credito finte, il latte Uht e i prodotti Parmalat erano sugli scaffali di mezzo mondo. Il marchio era globale. Eppure tra questi soci «fantasma» , che, restando sotto il 2%, non appaiono sui radar della Consob ma solo sul libro soci dell’azienda collecchiese, ce n’è qualcuno che potrebbe dare il proprio apporto e che in caso di battaglia converrebbe avere dalla propria parte. Per esempio il fondo Arbor European Equity ha quasi lo 0,6%. Cundill lo 0,25%. Axa altrettanto. Barclays Global Investors per gli impiegati si muove poco sotto il 2%. Tutte quote da aggiornare. Ma che, se confermate anche solo in parte, potrebbero contare in un eventuale scontro tra due liste: quella dei fondi con presidente Rainer Masera. E, chissà, quella per difendere lo status quo bondiano che per ora non c’è ma che potrebbe puntare a ottenere l’appoggio del 6,8%di Blackrock e il 2 di Norges Bank. Il termine per le liste è il 18 marzo. Ma in realtà quella da tenere d’occhio sarà la regola del «settimo giorno» . Sulla base delle nuove norme per il voto saranno valide— come si evince anche da un passaggio del patto parasociale tra i fondi— le azioni detenute il settimo giorno prima dell’assemblea (anche se paradossalmente verranno vendute il giorno dopo, magari prima del 12 aprile). Un particolare che permetterà di rastrellare titoli e voti fino all’ultimo momento.

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