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Toyota prima al mondo. Fiat cresce con gli Usa, un tesoro di 18 miliardi

MILANO — Aumentano il fatturato soprattutto grazie a Asia, Russia e Paesi emergenti. Ma in Borsa non hanno grande successo: le 376 multinazionali più grandi del mondo comprese nel nuovo rapporto R&S-Mediobanca, che occupano oltre 30 milioni di persone, capitalizzano 9.083 miliardi, pari al 13% del Pil mondiale. Valore che «sparisce» davanti a quello dei derivati, pari a ben 10 volte il prodotto globale. Non solo: impianti e posti di lavoro interessano poco ai mercati finanziari, tanto è vero che Apple con 563,7 miliardi di dollari è diventata nei mesi scorsi la prima per valore di Borsa scavalcando ExxonMobile che ne capitalizza «solo» 394,7.
In classifica il superbig numero uno resta la giapponese Toyota con 287 miliardi di asset tangibili, seguita dalla Royal Dutch Shell con 263,3 miliardi e dalla russa Gazprom (che supera ExxonMobile) con 258,5. La top italiana è l’Eni, che con attivi per 132 miliardi è salita al dodicesimo posto superando General electric. Ma la «sorpresa» è Exor, che con 100 miliardi di asset, grazie al consolidamento di Chrysler, sale in graduatoria dalla 29esima alla ventesima posizione.
Le multinazionali sono poi sempre più «estere». Per sostenere le vendite e possibilmente i margini, i big si spostano sempre di più nelle aree a crescita maggiore. I dati sul fatturato sono espliciti: se si considerano pari a 100 il livello delle vendite del 2001, quelle realizzate sui mercati domestici sono calate del 7,6% nel Nord America e del 14,6% in Europa; al di fuori dei propri confini invece le multinazionali con sede in Europa hanno aumentato il fatturato del 66,7% e quelle nordamericane del 28,6%. Ciò significa «sacrificare» posti di lavoro nei propri Paesi: sempre dal 2001 l’occupazione all’estero dei big Usa cresce del 30,4% e di quelli europei del 23,1%, mentre quella domestica cade del 7,4% in Nord America e del 12% in Europa.
È comunque sull’automotive che quest’anno R&S-Mediobanca concentra il focus. Scenario dominato dai grandi produttori giapponesi e tedeschi. A parte la superbig Toyota, Volkswagen è seconda con 231 miliardi di asset tangibili mentre Fiat con Chrysler (ma senza Fiat industrial) mantiene la dodicesima posizione passando da 47,7 a 61,8 miliardi, pari a un terzo di Toyota, e raggiungendo Peugeot (61,9 miliardi).
Il rapporto dedica ampio spazio a Fiat. Che cresce «solo» grazie all’acquisizione americana: la quota di mercato nell’automotive dal 2004 al 2011 del gruppo guidato da Sergio Marchionne è passata dal 4,5% al 7,4%: cioè si è aggiunto il 2,8% di Chrysler, senza il cui contributo la quota sarebbe rimasta invariata. Ciò anche perché, secondo l’analisi di R&S-Mediobanca, Fiat non ha l’Oriente come mercato di sbocco bensì il Vecchio Continente (16% Italia più 21% resto d’Europa) e il Nord America, che con il pieno consolidamento di Chrysler vale oltre il 50%. Il gruppo è fragile sotto il profilo finanziario con capitale netto tangibile negativo, è terzultimo in classifica per profittabilità con risultato corrente sul fatturato pari al 2,2%, presenta la più bassa produttività europea. Dispone però di un «tesoretto» di liquidità pari a 18 miliardi. La domanda che appare implicita è perché Fiat non utilizzi tale liquidità per rimborsare debiti o crescere ancora con acquisizioni.

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