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Torna l’incubo del caro-petrolio l’incertezza fa paura alle banche

PETROLIO a 150 dollari al barile: è lo scenario upside, cioè il peggiore ma non irrealistico, dipinto dalla Societe Generale nel più pessimista dei report che le banche d’investimento hanno redatto nel fine settimana. Poco conta il rinvio dell’operazione: gli analisti concordano che a determinare gli sbalzi sui mercati petroliferi è proprio l’incertezza più totale sui prossimi sviluppi. E ricordano il precedente della prima guerra del Golfo: dopo settimane di tensione in cui il greggio si era impennato, quando “finalmente” gli americani attaccarono le quotazioni crollarono del 30% in un solo giorno, il 16 gennaio 1991, da 30 a 20 dollari.
«Lo scenario peggiore si verificherà se la crisi si allargherà fino a determinare significative distruzioni di produzione in Iraq o altrove, dell’ordine degli 0,5-2 milioni di barili», scrive il responsabile Oil & Products della Soc-Gen, Michael Wittner. Sono livelli facilmente raggiungibili se si pensa che dal solo terminale di Bassora nel sud Iraq, la zona a controllo sciita dove più probabilmente si accanirebbe la ritorsione iraniana a un attacco americano (dagli scioperi ai bombardamenti), transitano 2 milioni di barili al giorno. Ma anche altrove potrebbero avvenire i blocchi alle forniture. Da due mesi è sotto attacco l’oleodotto che porta il greggio da Kirkuk, altro importante polo estrattivo iracheno, a Ceyhan in Turchia, e lambisce il nord della Siria sotto il controllo dei ribelli. Il volume del greggio in transito è sceso da 350mila barili al giorno a meno di 200mila. «Il mercato guarda con preoccupazione alla contrazione del greggio disponibile in totale», scrive la SocGen, anche se l’Arabia Saudita ha 1,7 milioni di barili di capacità “inespressa”, gli Emirati altri 2-300mila, e gli stessi Stati Uniti potrebbero immettere sul mercato copiosi volumi delle loro riserve per calmierare i prezzi. La Barclays in un altro reportanalizza minuziosamente le “assenze” per motivi diversi dai mercati del greggio rispetto alla domanda e a quanto previsto dall’Opec: «In Libia ci sono 850mila barili offline, in Nigeria 250mila, in Iraq finora 350mila, in Iran 900mila per le sanzioni occidentali (Teheran non vende ormai che un milione di barili a Cina, Taiwan, Corea del Sud, ndr) ». Si aggiungono «le previste riduzioni di altri 150-200mila barili dal Sudan e dal Mare del Nord». Quasi 3 milioni di barili mancanti: se aumenteranno, poco potrà fare il volenteroso aiuto saudita o americano.
I problemi di volumi e prezzi si intrecciano. Anche impennate meno traumatiche delle quotazioni, dell’ordine di una decina di dollari (dai 114 di venerdì a 124), «costituirebbero un problema rilevante per l’attività economica », sostiene nel suo report Keith Wade, capo economista della Schroders. Il quale ritiene che «la crisi attuale sia meno pericolosa delle due guerre del Golfo, quando famiglie e imprese rinviarono le scelte d’investimento». Ma subito dopo ammette che anche «gli aumenti già registrati negli ultimi giorni (un’altra decina di dollari) non sono certo di aiuto perché risultano in un aumento dell’inflazione». E per colmo di sfortuna proprio l’inflazione (con l’aumento dei tassi d’interesse che ne consegue) è il problema numero uno per i Paesi emergenti, a partire da quelli del Bric, che denunciano in queste settimane uno stallo nella crescita.

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