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Torna l’incertezza, mercati a picco

Neanche la straordinaria liquidità in circolazione, favorita dai tassi di interesse più bassi della storia in America, in Europa e in Giappone, è ormai sufficiente a tamponare l’enorme incertezza che domina il pianeta. E i mercati, che di solito anticipano la tendenza, ieri non lasciavano dubbi, con l’indice Stoxx 600 scivolato ai minimi dell’anno e 276 miliardi di capitalizzazione spazzati via in Europa. Milano, dove il Ftse Mib è caduto del 4,4%, ancora una volta è stata la Borsa peggiore del continente, azzerando i guadagni da inizio anno.
Anche gli altri listini hanno chiuso la seduta in profondo rosso: il Ftse 100 di Londra ha perso il 2,8%, il Dax di Francoforte il 2,9%, il Cac 40 di Parigi il 3,6%, l’Ibex di Madrid il 3,5%, mentre Atene è arrivata a cedere più del 9%, per terminare in ribasso del 6,6%. A Wall Street, a 2 ore e mezzo dalla chiusura, il Dow Jones era in calo di 450 punti (-2,6%), il Nasdaq del 2,2%, e lo S&P 500 era tornato ai valori di fine dicembre 2013 (-2,7%). Poi nel finale le perdite sono state più contenute.
La fuga dalle azioni ha spinto in alto i prezzi dei Bund, bene rifugio in tempi di forte volatilità, e il loro rendimento ha toccato un nuovo minimo sotto 0,8%, e inevitabilmente lo spread dei Btp decennali si è allargato a 165 punti, dopo aver toccato quota 172. Oltreoceano il prezzo dei titoli del Tesoro americano decennali scendeva sotto il 2%.
Il crollo dei principali listini indica che il mondo è di nuovo nei guai. Guai seri. Il pericolo deflazione, anziché diminuire, è aumentato, con il tasso medio d’inflazione sceso fino allo 0,3% nell’eurozona. La disoccupazione è ancora alta, soprattutto tra i giovani. La ripresa non solo resta debole, fragile e disomogenea, ma l’economia dell’area dell’euro rischia di cadere in recessione un’altra volta se la Germania si fermerà. Lunedì il governo di Berlino ha tagliato le stime sul Pil a +1,2% per quest’anno, ma i quattro maggiori istituti di ricerca tedesca e il Fmi sono più pessimisti. Perciò la Grecia, ieri accusata di aver affossato i listini europei, in realtà è solo l’ultima scusa per innescare l’ondata di vendite. Atene ha chiesto di accelerare l’uscita dal programma di aiuti della troika, mentre l’agenzia di rating Fitch lanciava un allarme sullo stato patrimoniale delle sue banche in attesa dei risultati degli stress test.
L’Europa non riparte, la Cina rallenta, e le altre economie emergenti frenano. Ma gli Stati Uniti non possono più trainare da soli l’economia globale, anche perché l’economia americana continua a espandersi in maniera «moderata» secondo i 12 indici misurati dalla Federal Reserve, come emerge dal «Beige Book». Perfino il dato sulla disoccupazione, scesa al 5,9%, ai livelli precrisi, non racconta tutta la verità sul mercato del lavoro, perché i salari non crescono all’infuori di pochi settori industriali. Ulteriori segnali della fragilità degli Stati Uniti sono arrivati dai dati sulle vendite al dettaglio, cadute dello 0,3% in settembre, a causa di una frenata degli acquisti di auto, benzina, mobili e vestiti, contro un aumento del 4,3% nei 12 mesi passati. E anche l’indice manifatturiero Empire si è rivelato molto inferiore alle previsioni.
Ma i segnali di debolezza globale si moltiplicano: le scorte di petrolio ai massimi, mentre il prezzo del brent scende fino a 83,37 dollari al barile, e il Wti oscilla intorno agli 80 a dollari al barile, sono la spia di una domanda modesta. E quando domina l’incertezza tutto serve per alimentare la speculazione, anche la paura di Ebola.

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