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Torna l’appetito per il rischio. Lo spread scende a 123 punti

Se lo spread resta il termometro della tensione che abbiamo conosciuto in un passato non troppo lontano, già ieri gli investitori sui mercati obbligazionari si mostravano sufficientemente convinti di una permanenza della Gran Bretagna nell’Unione europea. Il differenziale fra i BTp e i Bund sulla scadenza decennale si è infatti ridotto a 123 punti base, spostando indietro di un mese le lancette del tempo. A quando cioè lo spettro della Brexit ha cominciato a farsi spazio fra gli investitori, accompagnato da una serie di sondaggi in contraddizione con le tranquillizzanti indicazioni precedenti.
Soltanto una settimana fa la «febbre» aveva superato quota 150, segno di un’evidente volontà di fuga da ogni rischio da parte degli operatori, nonostante la protezione indiretta esercitata dagli acquisti del piano della Banca centrale europea. Il tragico omicidio della parlamentare laburista Jo Cox di giovedì scorso ha segnato il punto di svolta, che si è completato appunto ieri riportando la situazione al punto di partenza.
La volontà di riprendere le posizioni da parte degli investitori la si è del resto vista non soltanto dagli acquisti che hanno riguardato i titoli di stato italiani (il cui rendimento, sempre sui 10 anni, è sceso di nuovo all’1,32%) e il resto della «periferia» europea, compresa quella Spagna che fra due giorni andrà di nuovo alle urne per un voto che si preannuncia incerto più che mai (il rendimento del Bono è tornato all’1,48%). Ci sono state anche vendite significative sui «rifugi sicuri», particolarmente ambiti fino a poco prima: il tasso del Bund decennale, scivolato la scorsa settimana per la prima volta sottozero, viaggiava ieri a nove centesimi; ma anche i Treasury americani (1,73%), i Gilt britannici (1,37%) e perfino i titoli di Stato elvetici (che pure rendono -0,39% sui 10 anni) sono finiti nel calderone delle vendite.
C’era insomma ieri voglia di ricominciare dai temi di sempre, accantonati momentaneamente nell’angolo da quello che molti hanno definito l’evento «del secolo»: la crescita statunitense e le decisioni della Federal Reserve sui tassi da una parte; i tentennamenti dell’Eurozona e le difficoltà della Bce nel risollevare l’inflazione (anche ieri le attese a lungo termine si aggiravano attorno all’1,42%, ben lontane dall’obiettivo del 2%) dall’altra.
In questo modo sono passati in secondo piano, come avviene ormai da qualche tempo, anche i dati sugli indicatori dei direttori di acquisto (Pmi, purchasing manager index) diffusi per il mese di giugno su entrambe le sponde dell’Atlantico. Quello composito europeo ha evidenziato una flessione moderata (52,8 punti dal precedente 53,1 quando ci si attendeva 53) che può essere legata anche alle tensioni del periodo in cui è stata effettuata l’indagine. Gode di peggior salute il settore servizi (sceso a 52,4 punti da 53,3), mentre recupera terreno il manifatturiero (52,6 da 51,5). L’indice Ism manifatturiero Usa ha invece battuto leggermente le previsioni (51,4 da 50,7 contro attese per 50,9), ma è stato bilanciato dal debole indice Chicago Fed (-0,51 da 0,05). Passata la sfuriata «Brexit» torneranno per tutti il terreno ideale su cui confrontarsi e prendere posizione.

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