Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Torna la tensione sul debito europeo: spread a 388 punti

di Maximilian Cellino

Punto e a capo. Le trattative per il piano di salvataggio della Grecia rischiano di subire un rallentamento inatteso nei gironi precedenti e gli investitori tornano a farsi prudenti: le Borse rallentano, gli spread risalgono e l'euro scivola a 1,3050 dollari. Accade tutto nel primo pomeriggio di ieri, quando l'agenzia Reuters parla di un possibile rinvio dell'intera o di una parte della seconda tranche di aiuti diretti ad Atene.
Il via libera sembrava ormai scontato, magari anche già dalla «conference call» che di lì a poco avrebbe visto riuniti i ministri dell'Eurozona, ma ci sarebbe un colpo di scena, perché alcuni Paesi (gli indiziati maggiori sono le «Triple A» Germania, Finlandia e Paesi Bassi) punterebbero i piedi. Mirerebbero cioè a ottenere maggiori garanzie dal Governo greco che uscirà dal voto anticipato di aprile e per questo sarebbero intenzionate a spostare la decisione a una data successiva alle consultazioni elettorali.
La reazione dei mercati è pressoché immediata, e non è verosimilmente determinata tanto dalle conseguenze che il ritardo sulla tabella di marcia potrebbe comportare sul piano di rientro: Atene deve onorare gli impegni con gli obbligazionisti il 20 marzo prossimo, quando scadranno titoli per 14,5 miliardi di euro, ma per evitare un default disordinato si troverà comunque un escamotage. Il dietrofront degli investitori, semmai, appare più che altro dettato da una vera e propria irritazione verso l'ennesima dimostrazione dell'incapacità dei leader europei di adottare una decisione definitiva e univoca su una «saga» che si trascina ormai da quasi due anni: quello che sembrava un «affare fatto» qualche ore prima viene per l'ennesima volta rimesso in discussione.
Il risultato, in ogni caso, è un'inversione netta della tendenza di giornata, che fino ad allora era stata favorevole alle attività a rischio. Anche perché nella notte erano arrivate indicazioni favorevoli dalla Cina, dove il governatore della Banca centrale, Zhou Xiaochuan, aveva rinnovato la fiducia nell'Europa e soprattutto la volontà di Pechino di investire ulteriormente nel Vecchio Continente: parole che avevano aiutato il mercato a smaltire l'annuncio di un Pil in calo (peraltro nelle previsioni) dello 0,3% nell'Eurozona nel quarto trimestre del 2011.
Così Piazza Affari ha finito per rimangiarsi gran parte dei guadagni (l'indice Ftse Mib ha chiuso a +0,41% dopo aver toccato un picco addirittura a +2,77%) e altrettanto hanno fatto gli altri listini europei: +0,44% per Francoforte e Parigi, -0,35% per Madrid e -0,13% per Londra. Da segnalare, comunque, la buona intonazione a Milano dei titoli bancari (+2,16% UniCredit e Ubi, +3,02% Bpm, +1,51% Banco Popolare e soprattutto il balzo del 10,55% di Mps dopo la decisione della Fondazione Mps di cedere il 15% delle quote) contrastata dall'andamento cedente di altri big del listino quali Enel (-1,63%) ed Eni (-0,4%).
Decisamente peggio è andata sui mercati del reddito fisso, dove alle vendite sui titoli di Stato italiani e spagnoli si sono sommati gli acquisti sul Bund tedesco, per un effetto complessivo che ha portato gli spread di Roma e Madrid a risalire pressoché all'unisono: da 365 a 388 punti base quello fra BTp e Bund e da 338 a 368 quello legato ai Bonos spagnoli. L'allargamento della forbice per le obbligazioni francesi (i tassi del decennale sono tornati al 3%, con una differenza di 115 punti base rispetto alla Germania) dimostra come la tendenza a evitare il rischio sia stata ieri generalizzata.
In serata New York si è adeguata al generale tono dimesso, con l'S&P in calo dello 0,54% e il Nasdaq a -0,55%, mentre il rendimento del titolo decennale è sceso all'1,93%. A rendere nervosi gli investitori di Wall Street hanno contribuito, oltre ai deludenti dati sulla produzione industriale (invariata a gennaio, contro attese per un rialzo dello 0,7%) anche la pubblicazione dei verbali dell'ultima riunione del Fomc, il braccio operativo della Federal Reserve. La divisione fra i membri che compongono il board della Banca centrale Usa potrebbe allontanare le ipotesi di un'ulteriore operazione espansiva: il cosiddetto «quantitative easing» che porterebbe sui mercati nuova liquidità preziosa.

Print Friendly, PDF & Email

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Tocca ad Alfredo Altavilla, manager di lungo corso ed ex braccio destro di Sergio Marchionne in Fca...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

I mercati incassano senza troppi scossoni la decisione della Fed di anticipare la stretta monetaria...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

È sempre più probabile che non ci sarà alcun nuovo blocco - anche parziale - dei licenziamenti n...

Oggi sulla stampa