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Torna la tensione sui tassi in Italia e Spagna

Può sembrare strano che un Paese riesca a collocare titoli di Stato con durata annuale offrendo rendimenti ai minimi storici proprio nel giorno in cui si fanno sentire come non accadeva da tempo le tensioni sulle scadenze immediatamente a ridosso, dai due anni in poi. L’incongruenza è però soltanto apparente perché, come da manuale, le dinamiche dei bond a brevissima scadenza sono guidate soprattutto dalle aspettative sulle mosse di politica monetaria di una Banca centrale, che non sempre arrivano invece a influenzare il resto della curva dei tassi.
Qualcosa di molto simile è accaduto ieri in Italia, dove il Tesoro si è potuto permettere di collocare 6,5 miliardi di BoT a 12 mesi a un tasso lordo dello 0,387%, addirittura inferiore allo 0,495% di un mese fa (che già era un record) attirando comunque una discreta domanda (oltre 11 miliardi di euro 1,71 volte l’offerta) da parte di quegli stessi investitori che invece con l’altra mano non facevano che vendere BTp. Sempre ieri, infatti, il rendimento del decennale italiano è risalito fino al 2,95%, portando la distanza dal Bund pari scadenza a 175 punti base (massimi da fine maggio).
La Banca centrale in questione risiede ovviamente a Francoforte e ha propiziato la caccia ai BoT con le mosse effettuate (o semplicemente annunciate) ormai più di un mese fa: la riduzione del costo del denaro (0,15%), i tassi negativi sui depositi, lo stop alla sterilizzazione degli acquisti di bond sovrani effettuati tramite il programma Smp, la promessa di nuovi finanziamenti a lungo termine alle banche (T-Ltro). Manovre che portano inevitabilmente gli investitori istituzionali a gestire la propria liquidità raschiando il barile dei rendimenti: meglio lo 0,387% garantito dal BoT italiano dello «zero spaccato» dei BuBill tedeschi.
Il comportamento diametralmente opposto dei titoli con scadenza immediatamente superiore è invece il risultato di una serie di concause ed è da condividere con gli altri Paesi «periferici». Non per niente ieri sono cresciuti i rendimenti di Spagna (2,82%), Grecia (6,26%) e soprattutto Portogallo (3,97%). Proprio da Lisbona arriva il «casus belli» che ha fornito una ragione in più agli operatori per portarsi a casa una buona fetta dei guadagni realizzati da inizio anno: l’affaire Banco Espirito Santo (di cui si parla in maniera più approfondita nella pagina a fianco) ha gettato nuove ombre sulla solidità del sistema finanziario del Paese e in subordine sulla tenuta dell’intero impianto dell’Eurozona (proprio nel momento in cui la Bce sta conducendo gli stress test).
Ne ha fatto le spese la stessa Atene, che ieri ha avuto difficoltà nel piazzare titoli a 3 anni, visto che ne ha emessi per 1,5 miliardi di euro (quando si attendeva un quantitativo fra 2,5 e 3 miliardi) e a un tasso attorno al 3,5% (fino a qualche giorno fa le previsioni erano per il 3%, vedi articolo in pagina). Sono insomma riaffiorate le dinamiche di un tempo, con tensioni sulle attività dei Paesi più indebitati (intesi come bond e anche Borse) e conseguente rincorsa al «porto sicuro» che ha premiato come da copione il Bund tedesco, il cui rendimento (1,20%) è ormai a un passo dai minimi storici. Ma ha favorito anche altri classici strumenti rifugio come i Treasury Usa (rendimento al 2,53%), l’oro (ai massimi da metà marzo a 1.337 dollari l’oncia) e lo yen (al top da febbraio sul dollaro).
Gli operatori si chiedono ovviamente quanto a lungo possa durare questa fase di incertezza e tensione. Barclays ritiene che la vicenda Espirito Santo «abbia implicazioni sistemiche limitate per i bond sovrani portoghesi e per il resto dei periferici». Anche se le possibilità di un contagio sembrano al momento circoscritte, collocare oggi 6-7,5 miliardi di BTp con scadenze comprese fra il 2017 e il 2030 non sarà probabilmente una passeggiata per il Tesoro italiano.

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