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Torna la febbre dell’m&a, ma l’Italia resta ai margini

Gli studi legali della Penisola faticano ad affermarsi al di là dei confini nazionali e questo li penalizza nelle operazioni cross-boarder

La ripresa dell’economia mondiale porta con sé una nuova ondata di fusioni e acquisizioni, che tocca solo in parte l’Italia. Le aziende della Penisola mantengono immutato l’appeal come prede delle operazioni cross-boarder, mentre faticano ad affermare un ruolo aggregante nelle operazioni internazionali. Un trend che si ripercuote a cascata sulla competitività degli studi legali italiani, che resta immutata solo nelle operazioni interne ai confini nazionali.

I picchi pre-crisi sono a un passo

Secondo le ultime rilevazioni di Mergermarket relative all’anno appena concluso, nel corso del 2014 sono state annunciate fusioni e acquisizioni per un valore complessivo di 3.230 miliardi di dollari a livello mondiale, con un balzo del 47,7% rispetto al 2013.

Così, il picco storico raggiunto nel 2007 – vale a dire 3.660,4 miliardi di dollari – è distante appena l’11,6%.

Il merito è quasi tutto degli Stati Uniti, dove ormai la crisi è un lontano ricordo (+5% il Pil nel terzo trimestre) e questo ha spinto le aziende a riprendere in considerazione il processo di aggregazioni, spesso con un abbondante ricorso allo scambio carta contro carta, grazie anche alla ripresa delle quotazioni azionarie.

Basti pensare che le aziende Usa sono state protagoniste di operazioni per 373,5 miliardi di dollari nella component inbound e 290,1 miliardi per quella outbound.

A questo proposito va segnalato lo spiccato interesse delle aziende a Stelle e Strisce per quelle europee, in buona parte motivato dai bassi multipli raggiunti da queste ultime dopo anni di crescita anemica del Vecchio Continente.

Così le operazioni cross-boarder arrivano a sfiorare quota 1.400 miliardi in termini di valore, con un balzo dell’82,6% rispetto all’anno precedente.

Grandi movimenti nell’energy

Non si registrano particolari novità dal punto di vista dei settori aziendali protagonisti delle operazioni. Il primato è andato ancora una volta alla categoria Energy, Mining & Utilities, con accordi per 632,5 miliardi di dollari (+47,5% sul 2013), a cominciare dall’operazione infragruppo tra Kinder Morgan e Kinder Morgan Energy per 58,8 miliardi.

Segue il comparto Telefonia, Media e Telecomunicazioni, che si ferma a 604,2 miliardi di dollari (+18,9% nel confronto annuo). In quest’ultimo ambito rientrano le due operazioni più importanti dell’anno che si è da poco concluso, vale a dire l’intesa tra Comcast e Time Warner (68,5 miliardi di valore) che ha dato vita al leader statunitense nella tv via cavo, oltre che l’acquisizione di AT&T, da 65,5 miliardi. Entrambe le operazioni sono state annunciate nella prima parte dell’anno, anche se si sono poi sviluppate in seguito. Il

podio dei settori è completato dal Pharma, Medical & Biotech, con deal per 224,1 miliardi di dollari, a cominciare dall’acquisizione di Allergan da parte di Actavis per 63,2 miliardi.

Skadden Arps mette tutti in fila a livello mondiale

Il ranking dei consulenti legali è, come sempre, appannaggio degli studi anglosassoni. Il primato 2014 va a Skadden Arps Slate Meagher & Flom (che nel 2013 si era fermato al settimo posto), colosso newyorkese con 4.500 avvocati sparsi in 22 sedi di tutto il mondo, che lo scorso anno ha curato 248 tra fusioni e acquisizioni, per un valore complessivo di 593,9 miliardi di dollari, tra cui la già citata fusione Comcast-Time Warner.

La piazza d’onore spetta a Cleary Gottlieb Steen & Hamilton, che fa un balzo deciso rispetto alla 22esima piazza conquistata nel 2013, grazie ai 128 deal seguiti (tra cui il riassetto di Kinder Morgan), per un valore di 538,6 miliardi di dollari.

Il gradino basso del podio è appannaggio di Sullivan & Cromwell (solo 14esima un anno fa): anche questo studio ha lavotato a 128 deal, per un valore di 530,9 miliardi. Segue Freshfields Bruckhaus Deringer (dal nono posto 2013), che arriva a 435,2 miliardi di valore.

Di questa classifica colpisce soprattutto la mobilità ai piani alti tra un anno e l’altro. Un trend che non riguarda Weil Gotshal & Manges, che cede una sola piazza attestandosi al quinto posto (416,3 miliardi). Sesto è Latham & Watkins (avendo seguito accordi per 409,1 miliardi di dollari), settimo White & Case (401,6) e ottavo Simpson Thacher & Bartlett (392,5). Davis Polk & Wardwell, leader nl 2013, questa volta deve accontentarsi del nono posto (381,7 miliardi), mentre Wachtell, Lipton, Rosen & Katz retrocede dalla seconda alla decima piazza (377,2).

L’Europa rialza la testa

La situazione economica resta incerta, ma almeno sul fronte delle fusioni e acquisizioni il Vecchio Continente sta tornando dinamico. Tanto che il 2014 si è chiuso con operazioni per un valore di 901,3 miliardi di dollari, un dato in crescita del 40,5% rispetto al 2013. Un valore così elevato non si registrava dal 2008, l’ultimo anno prima che lo scoppio della crisi relativa ai debiti pubblici mettesse in dubbio addirittura la tenuta della moneta unica.

Nell’ultimo anno si è fatto sentire anche il peso del private equity, che ha potuto far fruttare l’abbondante liquidità in circolo sui mercati grazie anche al ridimensionamento dei multipli richiesti dai venditori. Chi ha tenuto duro sul prezzo per qualche anno, oggi è disposto ad accettare valori più contenuti, nella consapevolezza che la ripresa economica (e quindi anche quella dei margini) non è dietro l’angolo.

Freshfields precede Cleary Gottlieb

L’operazione più importante dell’anno ha riguardato il Pharma, con la statunitense Medtronic che ha messo sul piatto 45,9 miliardi di dollari per acquisire Covidien (dotata di un corposo portafoglio sul fronte delle forniture ospedaliere), e in tal modo spostare la cassa in Irlanda. L’acquirente è stata assistita da Cleary Gottlieb Steen & Hamilton, che ha conquistato il secondo posto nella classifica degli advisor legali (nel 2013 non era andata al di là della 18esima piazza), avendo seguito complessivamente 62 operazioni tra fusioni e acquisizioni, per un valore complessivo di 301,2 miliardi di dollari. Il primato spetta invece a Freshfields (ottava l’anno precedente), con 201 operazioni seguite per un ammontare di 354 miliardi. Tra queste va segnalata la seconda operazione per valore del Vecchio Continente, la fusione tra i giganti del cemento Holcim e Lafarge, che ha un valore stimato di 39,6 miliardi di dollari.

Il podio nella classifica degli studi legali è completato da Skadden Arps (con un balzo in avanti rispetto alla 17esima piazza del 2013), che ha lavorato a 79 operazioni per un valore complessivo di 269 miliardi di dollari. Seguono Sullivan & Cromwell (42 operazioni e 248,4 miliardi di valore), Latham & Watkins (236,9 miliardi) e Linklaters (219,7). Slaughter and May si posiziona al settimo posto, davanti a Wachtell, Lipton, Rosen & Katz, con Clifford Chance e Allen & Overy a chiudere la top ten.

Soffrono gli studi italiani

Nella top 20 degli advisor legali protagonisti in Europa non c’è traccia degli studi italiani, a dimostrazione della scarsa capacità degli avvocati d’affari di casa nostra di affermarsi al di fuori dei confini nazionali. Un limite che pesa anche sulla capacità di intercettare mandati per le operazioni che riguardano aziende italiane, nella misura in cui si tratta di m&a cross-boarder, che vedono le nostre imprese nel ruolo di target, e solo raramente di compratore.

Così non sorprende registrare tra gli studi legali che hanno seguito operazioni in Italia il primato di una law-firm come Clifford Chance, con un balzo in avanti rispetto al 15esimo posto del 2013. Lo studio londinese ha staccato tutti gli altri avendo seguito 20 tra fusioni e acquisizioni annunciate, per un valore complessivo di 21,2 miliardi di dollari. È la prima volta, in otto anno dall’istituzione del premio di Mergermarket «M&ALegal Adviser of the Year», che questo va a uno studio internazionale. Lo scorso anno lo studio ha seguito alcune delle operazioni più rilevanti in Italia, tra cui la joint-venture tra il Fondo Strategico Italiano e la Kuwait Investment Authority, l’acquisizione di Piaggio Aero Industries da parte di Mubadala, l’ingresso di Telefonica in Mediaset Premium, l’acquisizione di International Game Techonology da parte di Gtech e la creazione del terzo polo di energie rinnovabili con l’accordo tra Edison e F2i.

La piazza d’onore va a Linklaters (sesta un anno fa), con 16 operazioni seguite per un valore di 17,4 miliardi di euro. Tra le altre, spiccano la cessione di Pantex da parte della Bormioli Rocco a beneficio della Quadrivio Sgr e la vendita di Silvani a Valvitalia. Sul gradino basso del podio si piazza Cleary Gottlieb Steen & Hamilton (dal 17esimo posto del 2013), che ha seguito sei operazioni, ma tutte di grossa taglia, tanto da totalizzare un valore di 15,1 miliardi di dollari. Tra le operazioni più importanti: l’assistenza a Fintech-Btg nell’ingresso del capitale Mps, che ha consentito di ridefinire i pesi all’interno dell’azionariato della banca senese, con un ridimensionamento della Fondazione Montepaschi; l’affiancamento a Snam nel riacquisto di Tag; infine l’assistenza a Whirlpool nell’acquisizione di Indesit.

Il primo studio italiano è Bonelli Erede Pappalardo (primo nel 2013), che si piazza al quarto posto, con 23 deal seguiti per un valore totale di 14,9 miliardi di dollari. La top five è completata da White & Case (17 operazioni per 11,7 miliardi di valore), che precede Covington & Burling (solo 33esima un anno prima), protagonista di due soli deal, ma per un valore di 11 miliardi di dollari.

Gli studi italiani tornano a essere protagonisti nella classifica relativa al numero delle operazioni, con Chiomenti primo grazie a 42 deal seguiti (tra cui l’assistenza a Etihad nell’ingresso nel capitale di Alitalia), davanti a Gianni, Origoni, Grippo, Cappelli & Partners (38 operazioni) e il duo composto da Nctm e Dla Piper (28).

I primi tre studi citati componevano il podio (nel medesimo ordine) anche nel 2013. La chiave di lettura che si ricava dalle due classifiche è che i grandi studi d’affari italiani restano i più radicati sul territorio, per cui riescono a intercettare i mandati delle operazioni di media taglia, ma poi faticano a ottenere i grossi mandati, che ormai nella Penisola riguardano prevalentemente gli operatori internazionali.

Filippo Modulo, partner di Chiomenti, rifiuta tuttavia l’interpretazione che vorrebbe gli italiani in caduta libera nelle grandi operazioni internazionali: «I grandi studi italiani non perdono quota; semplicemente ci sono alcune operazioni, ne bastano un paio, che da una stagione all’altra possono spostare i valori».

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