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Tonfo inatteso per il Pil americano

L’inverno ha lasciato in eredità all’economia americana un gelo che non si ricordava da cinque anni: il prodotto interno lordo è caduto del 2,9% nel primo trimestre dell’anno, quasi il triplo rispetto alle precedenti stime dell’1% e quasi un terzo più delle attese degli analisti d’un calo del 2 per cento. La contrazione, frutto della terza revisione dei dati trimestrali da parte del governo, è stata la più profonda dai primi tre mesi del 2009, verso la fine della recessione, quando il Pil era scivolato del 5,4 per cento. E il 2,9% coincide anche con la media della contrazione nel corso dell’intera ultima recessione, la più grave dal secondo dopoguerra.

La severità del nuovo calo, che ha tenuto conto di una brusca frenata nella spesa al consumo e nell’export, non ha oggi sollevato lo spettro di una ricaduta in recessione, ma potrebbe complicare il rapido recupero della crescita pronosticato per il trimestre in corso e sollevare interrogativi sulla fragilità di una crescita esposta all’impatto di shock. Anche se al momento sia la Casa Bianca che gli analisti di Wall Street concordano che un convincente riscatto sia alle porte, probabilmente con un’espansione al passo tra il 3% e il 4% nel periodo aprile-giugno e del 3,1% nel secondo semestre. Se così sarà, la contrazione rimarrà un’eccezione causata in buona parte dall’eccezionale maltempo e non dovrebbe alterare il corso della politica monetaria della Federal Reserve, impegnata a ridurre gradualmente gli stimoli straordinari a favore della crescita con il “tapering”, il taglio degli acquisti mensili di asset, ma a lasciare ancora a lungo invariati a livelli molto accomodanti, vicini allo zero, i tassi d’interesse interbancari. Con la nuova revisione, difficilmente il Pil americano nel primo semestre dell’anno potrà superare una debole crescita media del 2 per cento.
L’amministrazione di Barack Obama ha sottolineato i segni di ripresa arrivati con la primavera. «Gli indicatori più aggiornati di aprile e maggio suggeriscono un rilancio dell’economia nel secondo trimestre – ha detto il consigliere economico della Casa Bianca Jason Furman -. Il recupero dalla grande recessione, tuttavia, rimane incompleto». Un nuovo dato post-gelo è sopraggiunto ieri con gli ordini di beni durevoli, che se sono complessivamente calati dell’1% in maggio hanno però mostrato un aumento dello 0,7% negli ordinativi di beni capitali non militari e senza il volatile comparto aereo, termometro degli investimenti aziendali. «Il dato del primo trimestre sul Pil non rispecchia le condizioni di fondo dell’economia – ha confermato Sam Coffin di Ubs -. Nel secondo trimestre torneremo a livelli più normali di attività economica».
La sorpresa negativa nei primi tre mesi del 2014 è stata causata dalle revisioni negative alla spesa dei consumatori, lievitata soltanto dell’1% anziché del 3,1% inizialmente stimato. Particolarmente debole e’ stata la componente sanitaria, condizionata dall’entrata in vigore della riforma dell’assistenza varata da Obama, che ha sottratto 0,16 punti percentuali al Pil invece di portare in dote un punto percentuale.
Le esportazioni sono state a loro volta inferiori al previsto: il calo trimestrale è risultato dell’8,9% anziché del 6%, aggravato dalle battute d’arresto avvenute sui mercati europei e su grandi piazze emergenti quali la Cina e il Brasile. Altri dati negativi sono variati di poco: le scorte di magazzino delle imprese, aumentate significativamente sul finire del 2013 in una ventata di ottimismo, sono scese sottraendo 1,7 punti alla crescita contro gli 1,6 punti finora ipotizzati. Gli investimenti immobiliari residenziali, sintomo tuttora della fatica di un settore che fu al centro della crisi del 2008, sono calati al passo del 4,2% rispetto al 5% calcolato in precedenza.
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