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Tokyo frena la corsa dello yen

di Stefano Carrer

Un nuovo record storico dell'oro e un drammatico braccio di ferro delle autorità monetarie giapponesi e svizzere con gli investitori che continuano a individuare nello yen e nel franco beni-rifugio dalle turbolenze dei mercati: sono le conseguenze più vistose della fuga dagli asset di rischio che si è accentuata ieri in contemporanea con il crollo delle Borse.

Una giornata di tensione e di oscillazioni violente che ha visto anche una rinnovata attenzione verso i Treasuries come approdo temporaneo di relativa sicurezza: attutite le preoccupazioni sul debito Usa e sulla possibilità di declassamento del debito sovrano americano, è balzata in primo piano – al di là della crisi dell'Eurozona – la sensazione che l'economia statunitense e quella globale siano a rischio di stallo, il che provoca disimpegni dagli investimenti nelle Borse anche in favore di parcheggi nell'obbligazionario. Così, se l'oro ha toccato un nuovo massimo sfiorando quota 1.700, numerose commodity – a partire dal petrolio – scontano la prospettiva sempre più concreta di un indebolimento economico generale e quindi della loro domanda. Quanto in particolare al metallo giallo – il bene rifugio per eccellenza – ieri i prezzi hanno corretto al rialzo i recentissimi massimi toccando quota 1.681,94 dollari per oncia, proseguendo l'accelerazione vista sin dal primo pomeriggio in funzione all'aumento contestuale dell'avversione al rischio. In serata tuttavia i prezzi sono arretarati leggermente tornando poco sotto ai livelli delle vigilia. Dietro la fiammata è la speculazione legata alla crisi dei conti pubblici in Europa. E potrebbe non essere finita e nuovi rincari appaiono sempre più probabili all'orizzonte, con molte banche centrali che hanno accelerato i rispettivi programmi di acquisti. E giusto ieri il gruppo minerario AngloGold Ashanti ha previsto per l'oro – che da inizio anno è salito di circa il 20% – il superamento di quota 1.700 dollari nei prossimi sei mesi. Timori di bolla? Forse no, o almeno, non ancora. Deutsche Bank prevede infatti che i prezzi del metallo prezioso possano rompere sopra la soglia dei 2mila dollari (un altro +20% circa rispetto ai livelli attuali) prima di essere considerati eccessivi.

Tornando alle valute, i giovedì nero dei mercati è iniziato con una disperata doppia mossa delle autorità monetarie giapponesi per cercare di frenare l'avanzata dello yen, che penalizza le esportazioni e mette a rischio un'economia ancora convalescente dagli effetti del terremoto di marzo. Su mandato del ministero delle Finanze, la banca centrale (BoJ) è intervenuta sul mercato dei cambi acquistando dollari in quantità (le indiscrezioni indicano per circa 12 miliardi). Non solo: a evidenziare la situazione di emergenza e la collaborazione con il governo in vista di una finalità condivisa, la BoJ ha ridotto di un giorno la sessione del suo comitato decisionale, per annunciare subito un ulteriore allentamento della politica monetaria.

I tassi di riferimento nipponici restano tra lo zero e lo 0,1%, ma il programma di acquisto di asset – strumento che può essere inquadrato in una generica forma di allentamento quantitativo – è stato ampliato di 10mila miliardi di yen (oltre 130 miliardi di dollari) a 50mila miliardi di yen. Questa volta non c'è stato un intervento concertato del G7, come accadde il 18 marzo scorso all'indomani dell'ascesa del cambio al massimo di tutti i tempi a quota 76,25 sul biglietto verde: l'intervento è stato unilaterale – come quello, risultato inefficace, del settembre 2010 –, giustificato con la necessità di contrastare eccessi speculativi senza una base nei fondamentali dell'economia. A partire dagli Usa, questa volta i partner del G7 hanno mostrato freddezza durante i contatti esplorativi avviati dalle autorità giapponesi nei giorni scorsi: l'atmosfera non è quella, tragica per il Giappone, dei giorni del post-terremoto e della crisi nucleare, che invitava alla solidarietà.

Oggi le lamentele giapponesi sul cambio delle yen si perdono nella tempesta finanziaria e valutaria generale. Ad ogni modo, l'utilizzo dell'artiglieria pesante ha conseguito un primo successo, spingendo lo yen in rialzo verso tutte le principali valute e facendolo risalire fino a quota 80 sul dollaro da 77,1 e contribuendoa sostenere la Borsa (l'indice Nikkei ha recuperato lo 0,2% mentre altre piazze asiatiche sono rimaste in territorio negativo). Secondo alcuni trader, anche la Banca Nazionale Svizzera potrebbe ricorrere da un momento all'altro a mezzi estremi – ossia a un intervento sul mercato aperto per vendere franchi –, dopo che la sua inattesa mossa di mercoledì (schiacciare i tassi verso lo zero e aumentare la liquidità nel sistema) non ha dato il risultato sperato, tanto più che ieri – dopo la conferma dei tassi da parte della Bce e la segnalazione della sua ripresa di acquisti di bond dei paesi deboli dell'Eurozona – la divisa elvetica ha invertito il suo momentaneo declino nei confronti dell'euro. Tra gli operatori dei mercati valutari, comunque, abbonda lo scetticismo sull'efficacia di mosse unilaterali da parte di Berna e Tokyo, che si trovano sole a contrastare una tendenza generale fuori dal loro controllo fino a rischiare prossime accuse di "guerra valutaria".

 

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