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Tocca alla difesa contestare la qualificazione del reato

Tocca all’imputato muoversi per ottenere una diversa qualificazione del fatto. Tale da rendere possibile l’oblazione. E questo anche se il giudice alla fine, nella sentenza che conclude il giudizio, non ha aderito all’ipotesi dell’accusa e ha incasellato la condotta proprio tra i reati che all’oblazione danno accesso. A precisare che questa interpretazione delle norme non lede il diritto di difesa sono le Sezioni unite penali con la sentenza n. 32351 depositata ieri. La sentenza ha affrontato il caso di una persona condannata dal tribunale di Lecce per un abuso edilizio di categoria meno grave rispetto a quella inizialmente prospettata dal pubblico ministero. E della riqualificazione si era lamentata la difesa facendo notare, tra i motivi di impugnazione, come in questo modo fosse stato impedito al condannato di procedere alla richiesta di oblazione che, accettata, avrebbe comportato anche l’estinzione del reato.
Le Sezioni si soffermano, tra l’altro, sui rapporti tra contestazione del reato e diritto di difesa, sottolineando come quest’ultimo possa articolarsi in varie maniere e, tra queste, va considerata anche la scelta dei riti alternativi e anche la possibilità di beneficare del procedimento di oblazione. Si tratta però di un diritto il cui esercizio non può rimanere esente da un attento esame critico. La difesa cioè deve confrontarsi con l’accusa su tutti i punti che formano oggetto della contestazione.
E allora, davanti a un caso, come quello esaminato, in cui il fatto storico è chiaro (costruzione di un balcone, di una veranda e di un vano, in totale difformità dai permessi di costruire), sono state indicate le circostanze aggravanti e quelle che possono comportare l’applicazione di misure di sicurezza, con la precisazione delle fonti di prova, l’acquiescenza della difesa non può poi essere oggetto di ripensamento. La qualificazione del fatto reato è un elemento determinante e l’avvocato che non è convinto dell’operato dell’accusa deve muoversi per tempo.
Per le Sezioni unite va condiviso l’orientamento in base al quale la garanzie del contraddittorio sulla diversa definizione giuridica del fatto deve essere ritenuta assicurata quando l’imputato ha avuto modo di interloquire sul tema in una delle fasi del procedimento. Il giudice da una parte, ricorda la sentenza, ha piena libertà nell’assegnazione al fatto della veste giuridica che ritiene opportuna, ma, dall’altra, ha è tenuto a esaminare motivatamente la richiesta di una nuova qualificazione del fatto. Pertanto, se le parti non hanno chiesto una diversa qualificazione, il diritto di difesa può essere ritenuto pienamente soddisfatto.
«Ove quindi – concludono le Sezioni unite – la qualificazione del fatto integri un reato la cui pena edittale non consenta il procedimento per oblazione è onere dell’imputato sindacare la correttezza della qualificazione stessa, investendo il giudice di una richiesta specifica con la quale formuli istanza di oblazione in riferimento alla qualificazione giuridica del fatto che ritenga corretta». In questo modo, all’esito di un contraddittorio tra le parti, il giudice potrà decidere espressamente sul punto.

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