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Tobin tax sulla nuda proprietà di azioni

Dal 1° gennaio 2014 non sfuggiranno alla Tobin tax «made in Italy» anche le obbligazioni e i titoli di debito che non garantiscono il rimborso del capitale e i diritti di opzione. È uno dei chiarimenti forniti dall’Economia con il decreto esplicativo firmato dal ministro Fabrizio Saccomanni e anticipato ieri sul sito del Sole 24 Ore. Il quadro di attuazione della Tobin tax si arricchisce, dunque, di un importante tassello atteso dagli operatori, sia italiani sia esteri, chiamati a fine agosto a partecipare alla consultazione pubblica per definire gli aspetti più controversi sorti in sede di prima applicazione dell’imposta sulle transazioni finanziarie.
Nuovi dettagli sono attesi per la fine dell’anno quando, come detto, dal 1° gennaio anche le obbligazioni che non garantiscono il rimborso del capitale dovranno pagare l’imposta. Come spiega l’Economia, l’obiettivo è quello di evitare distorsioni da parte degli operatori, «essendo le obbligazioni a rimborso di capitale non garantito strumenti simili ai certificates che sono inclusi nell’imposta».
Il testo modifica il precedente decreto 21 febbraio 2013, attuativo dei commi da 491 a 499 dell’articolo 1 della legge di stabilità del 24 dicembre 2012, con il quale è stata introdotta in Italia l’imposta sulle transazioni finanziarie (cosiddetta Tobin tax), in vigore dal 1° marzo per le transazioni su azioni, strumenti finanziari partecipativi e titoli rappresentativi, e dal 1° settembre su strumenti finanziari derivati e titoli mobiliari. Tra le principali novità è stato specificato che per «trasferimento di proprietà» s’intende anche il trasferimento della nuda proprietà. Sulla spinta delle indicazioni degli operatori, l’Economia ha rivisto e semplificato al contempo le regole di applicazione dell’imposta sugli strumenti derivati e titoli mobiliari. A partire dal metodo di calcolo della base imponibile nel caso di regolamento dei suddetti strumenti con azioni: per i titoli quotati ora non è più necessario effettuare il confronto tra prezzo di esercizio (strike price) e valore normale dell’azione sul mercato, in quanto si assume direttamente come base imponibile lo strike price. Per i titoli non quotati, invece, il confronto è stato mantenuto, ma dovrà essere effettuato con il prezzo di liquidazione. Semplificate anche le regole di calcolo della prevalenza dei titoli azionari italiani componenti i panieri o gli indici sottostanti gli strumenti finanziari derivati: a seguito del nuovo decreto, il conteggio verrà effettuato, per i titoli non quotati, solo alla data di emissione e sottoscrizione, o alla data di variazione del sottostante, e non più ad ogni modifica del contratto. Ritoccato, poi, il momento impositivo (che coincide con la data di sottoscrizione, negoziazione o modifica del contratto): il decreto chiarisce che per modifica dell’imponibile si intendono solo le variazioni in aumento e in diminuzione (non più quindi il nuovo valore complessivo post-modifica), qualunque sia la ragione della variazione. Al fine di evitare arbitraggi e distorsioni sul comportamento degli operatori, è stato specificato che sono soggetti a imposta anche le obbligazioni e titoli di debito che non garantiscono il rimborso del capitale e i diritti di opzione.
Novità anche nel capitolo esenzioni. Il Dm 16 settembre esclude le assegnazioni di azioni, strumenti finanziari partecipativi e titoli rappresentativi a fronte della distribuzione di utili o riserve o di restituzione di capitale, sia che si tratti di azioni delle società che le assegna, sia che si tratti di azioni di terzi, e indipendentemente dal fatto che si tratti di azioni di nuova emissione o già in circolazione. Si amplia inoltre la platea delle esenzioni: saranno escluse dal prelievo le controparti centrali che operano su mercati esteri non inclusi in Paesi “black list”: infatti è stata concessa l’esenzione dall’imposta già concessa alle altre controparti centrali purché conservino adeguata documentazione. Anche ai market makers e ai liquidity providers operanti su mercati di Paesi extra-Ue è stata concessa la possibilità di richiedere l’esenzione dall’imposta.
Il decreto non modifica la tassazione delle transazioni ad alta frequenza con cui l’Italia ha introdotto una tassazione ad hoc, alla stessa stregua dei cugini d’Oltralpe che dall’agosto 2012 applicano un’imposta specifica per l’high frequency trading.

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