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Tobin tax e bolli: incroci pericolosi

Dal 1° marzo è scattata la nuova imposta sulle transazioni finanziarie, la Tobin tax, che riguarda compravendite, operazioni con strumenti derivati e operazioni ad alta frequenza aventi per oggetto titoli azionari italiani. Per i derivati, l’imposta si applicherà però solo a partire dal 1° luglio 2013. L’imposta deve essere versata in via ordinaria entro il giorno 16 del mese successivo all’operazione, ma per consentire i cambiamenti nelle procedure degli intermediari (e nelle more dell’adozione dei necessari provvedimenti attuativi dell’Agenzia delle entrate), per i trasferimenti effettuati nei mesi di marzo, aprile e maggio 2013 il versamento dell’imposta è differito al 16 luglio 2013. Al debutto sui mercati, la nuova imposta sulle operazioni aventi per oggetto titoli azionari italiani aggiunge quindi un ulteriore tassello alla già complicata tassazione delle rendite finanziarie. Ecco alcune delle criticità sinora emerse.
Indeducibilità e cumulo con i bolli. La tobin tax, per espressa disposizione di legge, è indeducibile e quindi non rileva ai fini della determinazione del reddito. Né rilevano a tal fine (almeno, per i soggetti diversi dalle imprese) l’imposta di bollo e l’Ivafe (per le azioni estere o detenute all’estero senza il tramite di intermediari residenti) non trattandosi di oneri “inerenti” la produzione delle plus-minusvalenze (in quanto legata al possesso dello strumento e non già all’acquisto o alla cessione). L’effetto è che quando entrambe le imposte si applicano congiuntamente (per esempio, derivati con sottostante azionario e azioni quotate non incluse nella lista delle “small cap”) l’investimento diviene fiscalmente più oneroso.
Non quotate e contratti Otc. La Tobin tax si applica alle operazioni aventi per oggetto titoli azionari non quotati in mercati regolamentati e alle transazioni su titoli quotati (a condizione che l’emittente abbia una capitalizzazione non inferiore a 500 milioni di euro). Per le non quotate e per le transazioni Otc su titoli quotati (se non effettuate tramite l’intervento di un intermediario che si interponga tra le parti acquistando gli strumenti su un mercato regolamentato, con coincidenza di prezzo, quantità complessiva e data di regolamento) non sono però richiamate le disposizioni sulla riduzione d’aliquota del 50%, né l’esclusione prevista per le società “sottocapitalizzate”. La misura agevolativa appare in senso lato discriminatoria. Va però tenuto presente che le azioni non quotate non depositate in amministrazione presso intermediari residenti non sono soggette all’imposta di bollo dell’1,5 per mille.
Plurima imposizione. L’imposta è dovuta in caso di conclusione di un contratto derivato con sottostante azionario e si applica in misura fissa, a scaglioni, sulla base del valore nozionale del contratto con un massimo di 200 euro per ogni controparte per i contratti aventi un nozionale superiore a 1 milione di euro (tabella 3 allegata alla legge n. 228/2012). In caso di “settlement” con consegna del sottostante (azioni italiane), non di nuova emissione (che sono escluse da imposizione), si applica altresì l’imposta sulle compravendite con l’aliquota dello 0,2% e in tal caso la base imponibile è il maggiore tra il valore di esercizio stabilito (“strike”) e – anche con finalità antielusive – il valore normale delle azioni determinato ai sensi del comma 4, dell’articolo 9, del Tuir.

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