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Tobin tax a due misure

Un prelievo dello 0,1% su tutte le transazioni finanziarie relative ad azioni e titoli e dello 0,01% sui contratti derivati. Sono le aliquote attorno alle quali dovrà ruotare la nuova Tobin tax, così come emerge dallo schema di direttiva comunitaria in corso di approvazione.
L’invito della Ue
È la stessa Commissione europea, promotrice dell’imposta sulle transazioni finanziarie, ad avvertire che la tassa può essere efficace e non generare distorsioni del mercato solo se applicata in modo generalizzato e a ricordare che se le aliquote fossero eccessive si incentiverebbero i residenti a operare attraverso strutture extracomunitarie utilizzando intermediari non europei e trascurando gli investimenti in titoli nostrani, con il rischio di disintermediare l’industria finanziaria del continente e ridurre la liquidità degli strumenti finanziari dei nostri emittenti.
Il caso francese
La stessa Francia, che ha già introdotto un’imposta di questo tipo, l’ha strutturata in termini molto meno ampi di quanto non sia previsto dalla direttiva. E non è ancora chiaro se i benefici recati dalla tassa in termini di gettito e di contrasto alle speculazioni ad alto rischio superino i costi posti a carico degli intermediari, non solo francesi, ma di tutto il mondo, per fungere da esattori per l’erario locale.
La valutazione dell’offerta
La circostanza che, nello schema della direttiva, siano esentate dalla tassa le transazioni fatte sul mercato primario, cioè le sottoscrizioni degli strumenti finanziari di nuova emissione, è solo un palliativo. Perché anche se il sottoscrittore non è soggetto in questa fase a imposta sa che, quando venderà il titolo, subirà un prelievo d’imposta e di ciò terrà certamente conto nel valutare l’offerta dell’emittente.
I piccoli nella rete
La sensazione più diffusa è che lo schema di direttiva costituisca una rete in cui rimarranno imbrigliati solo i piccoli risparmiatori, perché i grandi operatori riusciranno a organizzarsi per limitare i danni. Lo schema di direttiva, infatti, prevede che l’imposta colpisca le transazioni in cui è parte un residente nella comunità e intervenga un intermediario finanziario residente. È ovvio che anche grazie al costante miglioramento dei sistemi di scambio d’informazione e di collaborazione internazionale per la riscossione dei tributi, le amministrazioni finanziarie saranno in grado di contrastare efficacemente ogni forma di esterovestizione, ma ci si chiede se sia il caso che le scarse risorse degli organi di verifica siano disperse in questo genere di indagini.
Il precedente
In Italia, qualcosa di simile all’imposta sulle attività finanziarie è già esistito. Si è trattato dell’imposta sui contratti di borsa, un tributo poco efficiente, complesso, più volte modificato e sempre accusato di essere suscettibile di discriminare gli intermediari finanziari e i mercati italiani rispetto a quelli esteri. Tanto che, in seguito al recepimento della direttiva Mifid che impone agli intermediari di eseguire gli ordini dei clienti sul mercato in cui era possibile spuntare il prezzo più conveniente, la tassa è stata semplicemente soppressa, senza particolari impatti sul gettito e senza lasciare alcuna nostalgia.

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