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Tlc, a rischio i target digitali Ue. Servono investimenti privati

Il ritardo maturato nelle reti di nuova generazione rischia di rendere un’impresa quasi impossibile il raggiungimento dei target dell’Agenda digitale europea al 2020. È uno dei punti chiave del rapporto che Francesco Caio, commissario per l’attuazione dell’agenda digitale, ha consegnato ieri al presidente del Consiglio Enrico Letta.
La bozza del rapporto non contiene indicazioni vincolanti sulla rete Telecom, come lo scorporo con conseguente società della rete di cui pure da tempo si discute negli ambienti governativi. Nel testo c’è invece un’indicazione molto chiara sulla necessità di incrementare gli investimenti privati per l’infrastruttura a banda larga, valutazione effettuata sulla base dell’analisi dei piani dei principali gestori. Emerge anche la necessità di coordinare meglio gli interventi, fin qui troppo concentrati sulle aree a più alta densità di popolazione, per evitare un alto livello di sovrapposizione. Nel rapporto, trova spazio anche un esame approfondito delle varie opzioni tecnologiche in campo, con una preferenza chiara per il modello Fttc (fiber to the cabinet). In altre parole, il governo è favorevole allo sviluppo della fibra ottica fino agli armadi telefonici, per poi coprire l’ultimo miglio (fino alle abitazioni) con il rame che oggi può essere potenziato con nuove modalità tecnologiche. Nelle aree rurali, dov’è difficile spingere i piani privati in assenza di una redditività certa in tempi rapidi, bisognerà invece spingere il pedale delle tecnologie wireless. Il governo potrà fare la sua parte con un uso più efficiente delle risorse pubbliche, segnatamente dei fondi strutturali, mentre non ci sono impegni vincolanti sul fronte dei sostegni alla domanda.
Come detto Caio, che ha lavorato al rapporto insieme a Gerard Pogorel, professore emerito dell’Università ParisTech di Parigi, e Scott Marcus, già advisor della Federal Communication Commission, si sofferma con preoccupazione sugli obiettivi europei che, in proiezione, con l’attuale livello di investimenti, l’Italia non raggiungerebbe. L’Agenda europea, va ricordato, prevede di assicurare a tutta la popolazione la banda larga di base entro il 2013 (e l’Italia ha sostanzialmente centrato il target con il 98% circa). Ma sugli obiettivi al 2020 il problema è serio: per questa data Bruxelles chiede la copertura totale con almeno 30 megabit (e l’Italia al momento è al 55%) e la copertura per almeno il 50% con connessioni da 100 megabit a salire (e qui siamo addirittura al 2%). Non basta, perché anche su altri indicatori siamo in netto ritardo. Basti pensare che solo il 13% delle piccole imprese vende prodotti online (target Ue 22% al 2015).
La presentazione pubblica del rapporto, consegnato ieri a Letta, ci sarà la prossima settimana. «Daremo subito attuazione al Rapporto in maniera stringente» sottolinea Letta in una nota. «Sono incluse – spiega Palazzo Chigi – proposte per un ruolo più attivo della presidenza del Consiglio nella definizione e monitoraggio della politica industriale nel settore delle comunicazioni digitali». L’intenzione è dunque quella di accentrare sempre di più questo tipo di competenze, anche nell’ottica di seguire con attenzione (ma senza interferenze dirette al momento) la complessa transizione societaria di Telecom con le relative conseguenze sul piano degli investimenti e dello sviluppo del network.
Difficile però che in questa fase l’esecutivo entri a gamba tesa sui piani del nostro principale operatore telefonico. Il rapporto commissionato a Caio, si fa notare a Palazzo Chigi, ha un’impostazione “scientifica” e non deve essere confuso con un’operazione di politica industriale con cui sostituirsi ai cda aziendali. L’idea della società delle reti, fortemente caldeggiata ad esempio dal viceministro allo Sviluppo economico Antonio Catricalà, è ancora calda ma non sarà questa la sede per forzare.
Detto questo, anche ai meno accorti non sfuggirà che dal rapporto emerge con chiarezza la necessità di un vero cambio di passo sugli investimenti.

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