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Titoli «tossici», le richieste Ue alla prova Bce

È una revisione a tutto campo, quella che il Parlamento europeo ha chiesto alla Vigilanza unica. Una revisione nella forma e nel metodo delle prassi di vigilanza. Una revisione scritta nero su bianco nella risoluzione approvata a larga maggioranza dall’assemblea plenaria di Strasburgo nella giornata di mercoledì. E che trova nella richiesta di un allargamento degli stress test agli attivi di livello 3 l’elemento di novità più eclatante.
La richiesta di modifica rappresenta una vittoria dei paesi membri del Sud Europa, Italia in primis, le cui banche sono interessate in maniera pressoché trascurabile dal problema. A dover incassare il colpo, invece, sono i paesi (e le banche) del Centro e Nord Europa, dove la concentrazione dei cosiddetti titoli tossici di livello 3 – derivati, in gran parte, o titoli strutturati come Cdo o Abs, che sono stati alla base dello scoppio della crisi del 2008 – è molto più alta: basti pensare che il peso tra attività di livello 3 e capitale è pari al 20,5% per le banche francesi, al 35,5% per quelle tedesche, al 25,4% per cento per quelle britanniche mentre è al 15,1% per quelle italiane, secondo i dati dell’Abi.
Nel dettaglio, il Parlamento mette in evidenza «i rischi derivanti dalla detenzione di attività di livello 3, inclusi i derivati», e in particolare dalla «difficoltà» di procedere alla loro valutazione. Non solo. Il Parlamento osserva come tali rischi «andrebbero diminuiti» e che ciò richiede una «riduzione progressiva» delle consistenze di tali attività. Da qua l’invito all’Ssm «a fare della questione una delle sue priorità in materia di vigilanza» e a «organizzare, unitamente all’Eba, una prova di stress quantitativa al riguardo».
Lo scenario
Ma che cosa succederà ora in pratica? Il tema è rilevante, come è noto. Perché sulla base dei risultati degli stress test, che mettono sotto sforzo i bilanci bancari in alcuni scenari economici estremi, vengono calcolati gli eventuali ammanchi di capitale delle banche che devono essere colmati con correttivi vari, tra cui le ricapitalizzazioni, come il caso Mps insegna.
Dunque, almeno in teoria, la palla passa al Single supervisory mechanism e all’Autorità bancaria europea, cui tocca definire gli schemi su cui varare gli stress test. È vero che non c’è alcun automatismo tra il monito lanciato da Strasburgo e l’effettiva implementazione delle richieste da parte delle Authority. Difficile tuttavia che l’invito venga lasciato cadere totalmente nel vuoto. Ecco perché qualcuno guarda già agli stress test del 2018, quando si terrà la prossima tornata di verifiche sui bilanci dei gruppi bancari europei. In quell’occasione potrebbe insomma già essere esplorata la praticabilità di uno stress test ampliato su questa particolare tipologia di attivi.
Il tentativo fallito
Il tema dell’approfondimento degli asset di livello 3, in verità, è da tempo oggetto di analisi da parte della Vigilanza guidata da Danièle Nouy. Già nel corso dell’Asset quality review del 2014 gli ispettori di Francoforte provarono a verificare la bontà dei modelli interni che le banche usano per valutare i titoli “tossici”.
Dopo una prima verifica, gli ispettori dovettero tuttavia arrendersi di fronte alla valutazione della congruità del prezzo assegnato sui singoli titoli dalle banche. Il problema stava (e sta tuttora) nella natura di questi titoli che sono sostanzialmente “unici” e proprio per questo illiquidi. Da qua la conseguenza: i titoli possono essere prezzati in maniera arbitraria dagli istituti, e difficilmente contestati. I critici sostengono che, invece, all’epoca ci fu l’affermazione di una precisa volontà politica da parte dell’Ssm. Che decise di tutelare maggiormente le banche nord europee e di concentrare maggiormente l’attenzione verso le banche del sud Europa, gravate dalla mole di crediti in sofferenza.
I nodi da sciogliere
Al di là delle interpretazioni, oggi rimangono diversi problemi da superare, se si vuole davvero affrontare il tema dei titoli tossici. Anzitutto: come valutarli? Qual è la valutazione corretta di titoli illiquidi? Quella di mercato, rispondono le banche coinvolte. Ma se il mercato, come in una situazione di crisi, si prosciuga perché manca la fiducia e quindi la domanda da parte degli investitori, qual è il prezzo giusto di un asset tossico? A questo si aggiunge un altro tema: la classificazione. I titoli di livello 3 sono per loro definizione unici, e molto eterogenei, come detto. Difficile quindi utilizzare modelli standard per valutare la loro corretta valutazione. Quali altri modelli possono essere sviluppati per catturare il prezzo e l’eventuale deprezzamento?
Altra nota dolente è la correlazione: le banche che detengono un fardello elevato di attivi di livello 3 sostengono di avere una copertura (hedging) “perfetta” su tali attivi. Da qui l’invito a ridimensionare i timori. La risposta possibile è che le correlazioni tra attivi, come ha dimostrato la crisi, possono saltare. E con esse anche le coperture “perfette”. Ma è difficile dare una risposta definitiva. C’è di sicuro un problema: quello della diversificazione. Mentre la normativa non impone obblighi di diversificazione (come invece accade nei prestiti), accade che chi fa coperture su derivati e affini sia sempre la solita manciata di istituti, che si addossano rischi enormi a fronte di lauti guadagni. Tutto bene finché non ci sono problemi. Ma quando il cigno nero si affaccia, allora lo scenario cambia. E per le banche possono essere dolori.

Luca Davi

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