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Titoli di Stato globali sotto pressione

Ondata di vendite in mattinata, poi recupero in chiusura – BTp Italia, collocati 1,2 miliardi il primo giorno
Qualche tensione di troppo sui titoli di Stato dell’Eurozona non ha certo favorito ieri il debutto del nuovo BTp Italia nel decimo collocamento della serie delle obbligazioni legate all’inflazione del nostro Paese e a suo tempo espressamente ideate dal Tesoro per le esigenze della clientela privata. A poco evidentemente è servito il recupero inscenato nel pomeriggio dai bond sovrani (e guidato dal Bund tedesco) dopo una mattinata all’insegna delle vendite, visto che alla fine della prima giornata di offerta le richieste per il titolo con scadenza ottobre 2024 da parte della clientela retail si sono fermate a circa 1,2 miliardi di euro.
Il quantitativo di ieri è inferiore a quanto registrato nelle altre sedute di esordio (se si esclude l’emissione del giugno 2012) e raggiunge più della metà anche rispetto allo scorso aprile, quando il lunedì si era chiuso a 2,3 miliardi di euro (e oltre 28mila contratti contro i 15.110 di ieri) e il quantitativo complessivo aveva poi raggiunto quota 8 miliardi. Il Tesoro, da parte sua, non ha però particolari motivi per preoccuparsi, perché per restare in linea con le ultime emissioni (cioè l’obiettivo «ufficioso» indicato la scorsa settimana dal direttore del debito pubblico del Mef, Maria Cannata) ha ancora a disposizione le giornate di oggi e di domani, oltre alla mattinata di giovedì riservata espressamente agli istituzionali. E anche perché nelle ultime operazioni (cioè a partire del 2014) l’intento pur non dichiarato del Ministero era stato semmai quello di arginare le richieste, divenute perfino eccessive per una più efficace gestione del debito italiano negli anni a venire.
Il tasso cedolare minimo dello 0,35% garantito dal BTp Italia in collocamento, al quale andrà poi sommata l’inflazione italiana, non è del resto valore in grado di attirare in modo particolare l’attenzione dei risparmiatori (al pari di tutte le altre obbligazioni di scadenza simile in circolazione), anche se potrebbe rappresentare motivo di attrazione per gli istituzionali sempre a caccia di rendimenti un minimo appetibili in un contesto di tassi prossimi (se non inferiori) allo zero.
Il tema dell’inflazione sembra poi essere di nuovo di attualità sul mercato, complice il ritorno di fiamma delle materie prime. Anche ieri parte del rally mattutino dei rendimenti dei titoli di Stato si è accompagnato alla conferma del dato sull’indice dei prezzi al consumo dell’Eurozona, che a settembre è aumentato dello 0,4% dallo 0,2% del mese precedente. È vero che si resta ancora sensibilmente distanti dall’obiettivo Bce («al di sotto, ma vicino al 2%»), ma è altrettanto vero che, in previsione di un effetto base favorevole esercitato dalla componente delle materie prime nei mesi a venire, sono diversi i trader che iniziano ad affilare le armi.
Qualche analista frena le attese, come Fabio Fois di Barclays che avverte come «nonostante i rischi di essere distorta al rialzo dal prezzo del petrolio, la tendenza di fondo dell’inflazione rimane debole». Ma è soprattutto seguendo il movimento dei Treasury americani, i cui rendimenti sono ieri scesi correggendo in parte il balzo di venerdì dopo le parole del presidente Fed Janet Yellen e approfittando della debolezza dei dati relativi all’indice New York Empire Manufacturing e della produzione industriale Usa, che i titoli di Stato europei hanno cambiato direzione chiudendo tutto sommato non lontano dai valori della vigilia.
Il Btp decennale è comunque salito di 3 centesimi all’1,40% e lo spread con la Germania si è portato a 135 punti base. Meglio, per quanto riguarda l’Italia, è andata a Piazza Affari: l’unica fra le principali Borse europee a chiudere se pur marginalmente (+0,27%) in territorio positivo. In questo caso ha contato la buona intonazione del comparto bancario (+1,26% l’indice di settore) in una giornata che ha visto comunque Banco Popolare (+0,78%) reagire in modo contenuto e Bpm (-3%) ritracciare rispetto al balzo di venerdì dopo il via libera delle rispettive assemblee alla fusione, ma soprattutto UniCredit (+2,28%) avanzare su indiscrezioni legate a future cessioni di asset.

Maximilian Cellino

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