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Titoli di Stato la sicurezza pesa il 15%

di Angelo Druisiani

Non è stata certo una bocciatura inaspettata. Da poco più di tre mesi, due fra le principali agenzie di rating, deputate a valutare il grado di affidabilità degli emittenti di prestiti, compresi quelli pubblici, stanno esaminando la potenzialità del debito governativo italiano. La prima a farlo fu Standard & Poor's (17 maggio scorso), la prima anche ad emettere il verdetto. Moody's (17 giugno 2011) s'è presa un altro mese di tempo, prima di motivare la propria sentenza, di condanna o di assoluzione.

In realtà, la decisione di S&P è stata di una condanna mite, perché l'affidabilità italiana si mantiene su valori medio alti. Il vero rischio è che la stessa agenzia ha comunicato di continuare a tenere sotto osservazione il nostro debito, con prospettiva negativa, se non muteranno le condizioni che frenano la crescita del Paese.

Dubbi & Certezze

«Italia sì! Italia no!»… Come nel ritornello della canzone di Elio e Le Storie Tese, anche i risparmiatori si chiedono se conservare o meno i titoli del Tesoro nei propri portafogli o se, in caso dispongano di liquidità, sia il caso di acquistare ex novo. I rendimenti che propongono i Btp, i prestiti a cedola fissa, sono particolarmente interessanti, in questa fase, perché saliti a livelli medio alti. Anche se, nel contempo, è aumentato pure il timore che possano esporre a rischi fino a pochi mesi fa accantonati. Nonostante questo il rapporto rischio-rendimento che li caratterizza ne consiglia una presenza in portafoglio limitata ad una quota che ben rappresenti la propensione al rischio del risparmiatore.

Il livello medio indicativo potrebbe essere fissato al 15% circa dell'intero patrimonio. A completare il quadro dovrebbero concorrere sia emissioni governative di altri Paesi di area euro, sia obbligazioni societarie, sia strumenti finanziari denominati in valute diverse dall'euro: dollari USA, australiani, canadesi, rand del Sudafrica, franchi svizzeri, in attesa che la Banca nazionale svizzera cessi di mantenerne il valore su livelli troppo bassi. Quest'ultimo comparto è destinato all'investitore che ami particolarmente il rischio, perché le oscillazioni nel settore valutario sono spesso molto ampie.

Misure

Se il peso medio consigliato è nell'ordine del 15% circa, che strategia dovrebbe attuare chi ha attribuito una quota ben maggiore a questa tipologia di titoli? Se il suo fegato non si ribella a possibili, ulteriori discese dei prezzi di mercato perché è certo di arrivare a scadenza, la politica di gestione che suggerisce di mantenere invariata la posizione non è da abbandonare. Salvo che l'intero portafoglio sia investito in emissioni governative italiane. Tra i punti fondamentali della difesa in un momento simile c'è la suddivisione del rischio: un punto irrinunciabile. Non è neppure opportuno comporre un portafoglio dedicato esclusivamente a titoli sicurissimi, come lo sono, ora, le emissioni governative tedesche. Meglio, in ogni caso, suddividerlo tra più debitori.

Perché tanta prudenza? Perché se il grado d'affidabilità dei titoli italiani dovesse scendere ancora nel prossimo anno, nell'attesa che l'evento si compia, i rendimenti salirebbero ancora, con inevitabili riflessi negativi sulle quotazioni di mercato. Naturalmente nulla è scontato: le manovre finanziarie approvate recentemente dal Parlamento potrebbero invertire la rotta, se le entrate fiscali previste si realizzeranno.

Attualmente i titoli a cedola fissa con durata decennale, la più significativa tra quelle presenti sui mercati, propongono un rendimento del 5,17%, nel caso spagnolo, del 5,57% per l'Italia, e fin qui le differenze sono modeste (fino a metà luglio scorso, il Tesoro italiano pagava rendimenti inferiori alla Spagna). A Madrid è assegnato il rating doppia A da S&P, all'Italia, ora, singola A. Ma se si passa all'Irlanda, grado d'affidabilità tripla B più, il rendimento sale all'8,33%, mentre il Portogallo, tripla B meno, propone l'11,05%. Per non parlare della Grecia, doppia C (livello di poco superiore al default), che offre il 21,61%.

Tra Irlanda e Italia la differenza di rating è di soli 2 livelli, ma la differenza di rendimento di 2,62%, a cui corrispondono circa 18 punti di prezzo. Ecco perché la politica italiana non può più dormire sugli allori.
 

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