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Tirocini, babele di regole

In base alla regione in cui si trova, un tirocinante può ricevere un’indennità minima mensile di 300 o 600 euro. Il limite massimo di tirocinanti impiegabili contemporaneamente in un’impresa può anche raddoppiare da una regione all’altra, così come non sempre le agenzie per il lavoro autorizzate a livello nazionale possono essere promotori di questo tipo di esperienza.
È una situazione a macchia di leopardo quella che emerge dal monitoraggio sull’attuazione a livello regionale delle linee guida nazionali del 24 gennaio 2013 effettuato da Adapt e che verrà presentato, venerdì, in forma integrale in un convegno a Bergamo. Peraltro cinque regioni e le due province autonome risultano solo formalmente adempienti dato che mancano alcuni provvedimenti per completare il processo.
Un’articolazione che risulterà indigesta agli operatori del settore e alle aziende. Le differenze riguardano diversi aspetti. Tra quelli che più balzano all’occhio, almeno per i lavoratori coinvolti, è la fluttuazione dell’importo dell’indennità minima, che le linee guida nazionali hanno fissato a 300 euro. Nella maggior parte dei casi i provvedimenti regionali hanno alzato tale valore, anche se con declinazioni diverse. Le regioni più generose sono Abruzzo e Piemonte, che arrivano a 600 euro, anche se la seconda dimezza l’importo a fronte di un analogo taglio delle ore di impegno richiesto. Riduzione analoga è stata decisa dal Veneto, che parte da un massimo di 400 euro e, al pari della Lombardia, consente di scendere a 300 se viene garantito un servizio mensa o se vengono erogati buoni pasto.
Nel Lazio, nelle Marche e in Sicilia per il riconoscimento dell’indennità minima viene prevista esplicitamente una partecipazione oscillante almeno tra il 70 e il 75% delle presenze mensili.
Quanto invece al numero di tirocini attivabili in relazione alle dimensioni dell’impresa, le regioni si sono sbizzarrite nel declinare le indicazioni contenute nelle linee guida.
Pur rimanendo quasi sempre nei limiti massimi previsti (soprattutto per le realtà superiori a 20 addetti), non mancano declinazioni differenti per gli scaglioni intermedi, con due eccezioni evidenti: Campania e Sicilia arrivano a raddoppiare i tirocinanti ammessi.
Indicazioni non omogenee nemmeno per quanto riguarda la possibilità di avere tirocinanti in assenza di dipendenti, un’opzione prevista esplicitamente da alcune regioni (Campania, Friuli Venezia Giulia, Toscana, Provincia di Trento), in particolare a favore degli artigiani.
Ma a questo riguardo, si sottolinea nel rapporto Adapt, un elemento di differenziazione rilevante è la base di lavoratori su cui procedere al computo dei tirocinanti.
Secondo le indicazioni nazionali si dovrebbero considerare solo i dipendenti a tempo indeterminato; invece diverse regioni includono anche quelli a termine, altre considerano i soci delle cooperative mentre la Lombardia include pure i titolari di impresa e coadiuvanti, i liberi professionisti, i collaboratori non occasionali.
Alquanto diversificata anche la platea dei soggetti promotori. In particolare si rileva che, a differenza di quanto indicato nelle linee guida nazionali, i soggetti autorizzati all’intermediazione di lavoro a livello nazionale in base al decreto legislativo 276/2003, non possono essere promotori in Abruzzo, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Toscana, Veneto, Province autonome di Trento e Bolzano, mentre si è in attesa delle indicazioni di Basilicata, Molise, Umbria, Valle d’Aosta e Sardegna.
In linea generale le disposizioni regionali sono intervenute su tre tipologie di tirocinio: formazione e orientamento per neolaureati e neodiplomati; inserimento o reinserimento per disoccupati; inserimento per disabili e soggetti svantaggiati. Nella maggior parte dei casi non sono stati affrontati i tirocini curriculari, quelli transnazionali e i periodi di pratica professionale.

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