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Tiro alle banche, crolla Piazza Affari

di Walter Riolfi

È come se fosse continuata la seduta di venerdì scorso. Di nuovo sono piovute le vendite su Btp, sui titoli azionari e quelli assicurativi e, a cascata sull'intera borsa milanese. L'indice delle blue chip ha chiuso con un pesante -3,96%, quando lo Stoxx ha limitato le perdite a -1,41%: a ben guardare solo perché Londra è scesa di un non drammatico 1,03%. Ma Madrid è caduta anch'essa del 2,69% e Parigi del 2,71% e persino la solida borsa tedesca ha ceduto il 2,33%. Se proprio si vuol scorgere una novità nella seduta di ieri è che l'attacco all'Italia ha cominciato ad estendersi anche ad altri mercati azionari dell'area euro. La stessa moneta unica ha subito pesanti ripercussioni, che al termine degli scambi in Europa vale 1,4036 dollari contro gli 1,4258 di venerdì sera.

La cosa grave per il nostro Paese è che anche il prezzo dei suoi titoli di Stato è precipitato e, di conseguenza, i rendimenti sono volati a nuovi massimi. Quelli dei Btp decennali, al 5,72% non si vedevano dalla primavera 2000, quando ancora c'era la lira e, cosa ancor più preoccupante dopo il balzo di oltre 70 centesimi nella sola seduta di ieri, quelli dei titoli a due anni sono finiti al 4,25%, agli stessi livelli del maggio 2008, quando ancora pesava la grande crisi sul credito.

Che l'Italia sia in questa fase il principale obiettivo della speculazione internazionale lo dimostra il fatto che il differenziale di rendimento tra i Btp e i Bonos decennali spagnoli s'è ridotto a 34 centesimi, il livello minimo da quando si avvertirono le prime avvisaglie di crisi sui debiti sovrani europei. Non per questo la Spagna ha motivo di sentirsi tranquilla, poiché i suoi titoli decennali rendono ora il 6,07%. La soglia del 7%, ritenuta dagli analisti il punto critico e la condizione per un avvitamento ancor più brusco della crisi, è a un passo. Specie se si pensa che, in sole 6 giornate, i Btp hanno scalato quasi un punto percentuale di rendimento.

Come venerdì, s'è venduto sulle banche (Intesa e UniCredit hanno perso rispettivamente il 7,7 e il 6,3% dopo una sospensione per eccesso di ribasso) e sulle assicurazioni (-4,6% Generali), perché le società finanziarie sono da un lato l'immagine del rischio Paese e dall'altra le principali vittime della caduta dei titoli di Stato che abbondanti ingombrano i loro portafogli.

Ozioso chiedersi chi abbia venduto. L'han fatto tutti ieri, in testa i fondi pensione Usa, cui s'è aggiunta ovviamente la speculazione degli hedge fund e dei grandi dealer. Attribuire tutte le colpe del ribasso a quest'ultima può essere rassicurante, ma si rischia anche di non cogliere appieno la gravità del fenomeno. Al riguardo, la stessa Consob ha notato come, «a una prima analisi», «sembra che le vendite allo scoperto abbiano avuto un ruolo marginale» ieri. Insomma sono gli investitori stabili a vendere e svuotare i loro portafogli di titoli che, a torto o a ragione, considerano pericolosi. Tra questi, buona parte è rappresentata dai fondi americani. Non a caso, come indica l'andamento del titolo Intesa e quello dello spread tra Btp e Bund, le vendite hanno ieri subito un'accelerazione poco dopo le 13.00, quando inizia l'attività degli operatori d'Oltreoceano. Ma ormai il panico si sta diffondendo anche tra i piccoli risparmiatori, come dimostrano le diffuse vendite sui Cct, complice forse anche la norma della Finanziaria che pretenderebbe di triplicare la tassazione sui dossier titoli. In ogni caso, anche nel Parlamento europeo monta il dibattitto sulla necessità di impedire le vendite allo scoperto. Più che sul mercato azionario, il divieto avrebbe maggiore efficacia sui titoli di Stato, poichè l'acquisto di un credit default swap, senza un portafoglio titoli da proteggere, equivale a una vendita allo scoperto: addirittura "nuda", nella definizione anglosassone, se avviene senza un margine di garanzia.

 

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