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Il «tiro» alle banche affonda anche le Borse

La via per trovare una soluzione alla crisi del disastrato settore bancario si fa più in salita per il Governo italiano dopo che la Corte di giustizia europea ieri ha di fatto confermato la bontà della normativa comunitaria in tema di salvataggi bancari. I giudici di Strasburgo hanno respinto il ricorso degli obbligazionisti delle banche slovene salvate dal crack nel 2013 stabilendo che era perfettamente legittimo il piano del governo di Lubiana che si basava, oltre che su 3,2 miliardi di soldi pubblici, anche sull’azzeramento di 600 milioni di di bond subordinati emessi dalle banche.
Un pronunciamento in senso più favorevole agli obbligazionisti avrebbe reso più semplice il compito del governo italiano che in queste settimane sta negoziando con Bruxelles la possibilità di andare in deroga alla normativa sul «bail-in» per trovare una soluzione ai ben noti problemi dei nostri istituti di credito. Non c’è da stupirsi quindi se ieri le azioni delle banche italiane siano tornate nuovamente sotto pressione in Borsa: l’indice settoriale Ftse Italia Banks è arrivato ieri a perdere oltre il 4% per poi recuperare nel finale e arginare il rosso a una flessione dello 0,62 per cento. Oscillazioni che dimostrano ancora una volta quanto siano tesi i nervi degli investitori quando si parla di banche italiane. Specie se si tratta del Monte dei Paschi di Siena, l’istituto più in difficoltà per via dell’alta incidenza di crediti deteriorati e i problemi di capitale rimasti irrisolte nonostante ben cinque aumenti messi in atto in questi annie che ieri, non a caso, è stato il secondo peggior titolo del listino milanese con un calo del 3,39 per cento.
Mettere in sicurezza il Monte evitando di far pagare il prezzo agli obbligazionisti e una riproposizione (su scala enormemente maggiore) del copione visto con Etruria, CariChieti, Banca Marche e Carife alla fine del 2015 è l’imperativo del governo Renzi in questi giorni. La Corte di Strasburgo non sbarra completamente la porta in questo senso. «Uno stato membro non è obbligato a imporre perdite ai creditori privati prima di iniettare fondi pubblici» ha chiarito ieri la Corte in una nota. Per poi aggiungere che, comportandosi in questo modo, si espone al rischio di censura da parte delle autorità comunitarie che possono dichiarare l’aiuto incompatibile con le norme europee sulla concorrenza.
La palla insomma è nelle mani della Commissione europea che non a caso ieri si è affrettata a chiarire come la sentenza della Corte non abbia effetto sui negoziati attualmente in corso con Roma. Solo Buxelles può concedere deroghe. Finora in nessuna delle crisi bancarie (Spagna, Cipro e Slovenia) sono stati fatti sconti. Bisognerà vedere come le autorità comunitarie giudicheranno la situazione del nostro Paese in cui la partita si gioca anche sulla pelle delle famiglie italiane la cui esposizione in bond bancari si stima essere nell’ordine dei 200 miliardi di euro.
In attesa di capire quale sarà l’esito della partita, azioni e obbligazioni delle banche italiane continuano a soffrire l’avversione del mercato che a ragione teme di dover pagare il prezzo del salvataggio degli istituti più in crisi dato che la normativa sul bail-in espone in primo luogo azionisti e obbligazionisti subordinati. Da inizio anno l’indice Ftse Italia Banche ha perso il 48% contribuendo al pesantissimo bilancio della Borsa di Milano (-21%). Sotto pressione nelle ultime settimane sono finiti poi i bond subordinati degli istituti più in crisi come Mps. Termometro della rischiosità del debito della banca sono i credit default swap. Per assicurarsi sul fallimento di un bond subordinato a un mese della banca bisogna sborsare una cifra pari al 34% del controvalore del capitale investito.

Andrea Franceschi

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