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Timori Fed sulla crescita Usa

di Mario Platero

Avanti tutta, nessuna variazione di rotta, con una sorpresa: il voto di dissenso alla fine delle riunioni del comitato monetario di ieri della Federal Reserve, per una volta da parte di una "colomba" che avrebbe voluto azioni più incisive in materia di aiuti all'economia da parte della Banca centrale. Charlie Evans, della Fed di Chicago, che aveva proposto di introdurre obiettivi per inflazione e disoccupazione da legare ai tassi di interesse, ha votato contro l'esito del consiglio, che ha preso in considerazione varie ipotesi di intervento, ma ha poi scelto di lasciare tutto come prima. Bernanke si è convinto che può guadagnare tempo prima di rischiare nuove manovre inflazionistiche grazie a un moderato ottimismo sulla tenuta della ripresa americana e sulla possibilità di evitare un double dip.

Anche per questo ieri tutta l'attenzione si è concentrata sulle dichiarazioni del presidente della Fed Ben Bernanke sull'Eurozona e su quel che la Banca centrale americana pensa di poter fare per allentare una morsa che in mancanza di azione potrebbe colpire tutti. E sono state proprio le parole di Bernanke, così moderate ma anche così taglienti, a darci ieri la misura dell'ansietà americana per l'indolenza europea nell'affrontare la crisi. «I problemi europei finora hanno pesato sulla ripresa americana e rappresentano un rischio. Continuiamo a seguire la situazione da vicino. La Fed ha discussioni con le controparti europee». Ma Bernanke se ancora ci fossero stati dubbi ha chiarito che la «responsabilità di trovare soluzioni per la crisi è dei leader europei. Gli Stati Uniti possono dare pareri». Tuttavia la Fed vigila ed «è pronta a proteggere gli Usa qualora la crisi europea si aggravasse».

E sul fronte interno? La Fed è pronta a intervenire se necessario. Ed è pronta, ci hanno riferito fonti vicine alla Fed a considerare alcuni dei metodi proposti ad esempio da Evans, solo che per ora non ce n'è bisogno. Si vuole vedere fino a che punto le misure prese finora avranno il loro impatto sui tassi di interesse a lunga per poi decidere con maggio cognizione di causa. Detto questo, il quadro per le prospettive di crescita interne non è certo roseo. E il quadro, soprattutto per l'occupazione, resta preoccupante. Le nuove stime escludono un double dip dell'economia ma ridimensionano di molto le precedenti stime di crescita. Ad esempio, le prime stime della Fed davano un tasso di disoccupazione all'8% per la fine del 2012, Adesso lo danno alla fine del 2013. Questo significa che i tassi di interesse resteranno su livelli attuali ben oltre l'inizio del 2013 e forse anche fino al 2014. Per il 2012 la Fed prevede un aumento del Pil tra il 2,5% e il 2,9%, contro il precedente range tra il 3,3 e il 3,7%, e di un'inflazione "core" tra l'1,5 e il 2%, più dell'1,4-2% previsto nei mesi scorsi. Bernanke ha anche detto di essere convinto che il caso MF Global sia un caso isolato e ha di nuovo affrontato la questione di Occupy Wall Street. «Comprendo che le persone siano insoddisfatte sullo stato di salute dell'economia, anche io non sono soddisfatto. Sono d'accordo sul fatto che l'economia non sta andando come dovrebbe, ma gli attacchi alla Banca Centrale sono basati su malintesi e pregiudizi. La Fed sta facendo la propria parte per creare posti di lavoro. E il modo migliore per gestire le disuguaglianze è proprio creare posti di lavoro».
 

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