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I timori di Draghi sull’euro forte, cambio a 1,20

È probabile che i mercati non abbiano interpretato in modo corretto le decisioni del Consiglio dei Governatori della Bce che si è riunito ieri e la conferenza stampa successiva di Mario Draghi. Che le abbiano lette in modo diverso da come il presidente della Banca centrale europea sperava fossero intese. Fatto sta che scelte di politica monetaria niente affatto restrittive e parole nette in questo senso sono state accolte dagli investitori con un rafforzamento del valore dell’euro, mentre in teoria avrebbero dovuto indebolirlo.

La moneta unica è salita da 1,19 a oltre 1,20 sul dollaro. A caldo, i mercati valutari hanno dato importanza alla dichiarazione di Draghi secondo la quale probabilmente (ma non con certezza) i Governatori discuteranno il programma di acquisto di titoli in corso sui mercati alla riunione di fine ottobre. Mentre hanno ritenuto meno rilevante il fatto che la Bce abbia confermato in termini netti la posizione estremamente espansiva della politica monetaria in corso. Ciò, nonostante il fatto che il comunicato finale della riunione abbia ribadito che, se la tendenza dell’inflazione dovesse richiederlo, «il Consiglio dei Governatori è pronto a aumentare il programma (di acquisti, ndr ) in termini di dimensione e/o durata».

Il mercato dei cambi ha dato rilievo al fatto che il Consiglio di ieri ha iniziato a discutere gli scenari sulla base dei quali «calibrare» la politica monetaria da mettere in essere «oltre fine anno». Meno importanza ha dato, per ora, al fatto che Draghi abbia più volte detto che la forza dell’euro (che si è apprezzato sul dollaro del 14% dall’inizio dell’anno) è un elemento di preoccupazione perché contribuisce a tenere bassa l’inflazione e «senza dubbio ha provocato una stretta» nelle condizioni finanziarie dell’eurozona: «Va monitorato». Draghi ha chiarito che il rafforzamento della moneta unica spiega gran parte del ribasso delle aspettative d’inflazione nell’eurozona calcolate dallo staff della Bce, che le ha abbassate all’1,5% per il 2017, all’1,2% per il 2018 e all’1,5% per il 2019 (quanto alla crescita, Francoforte ha alzato le stime 2017 al 2,2% dall’1,9%; +2,3% invece l’aumento del Pil nel secondo trimestre, su base annua, secondo Eurostat).

La reazione sui mercati dei titoli pubblici, invece, è stata di segno opposto. La decisione di non fare annunci particolari in fatto di riduzione dello stimolo monetario, oggi composto da acquisti di bond sui mercati e da tassi tra lo zero e il meno 0,40%, ha fatto scendere i rendimenti dei bond e ridotto lo spread del decennale italiano rispetto al Bund tedesco a 161 punti base. Letture diverse su mercati diversi, in altri termini. Già in primavera era successo che gli investitori non avevano interpretato le parole di Draghi secondo le sue intenzioni, tanto che il giorno successivo era intervenuto il vicepresidente della Bce Vitor Constancio per chiarirle.

La cosa certa è che il Consiglio dei Governatori ha iniziato a prendere in considerazione lo sviluppo della politica monetaria da mettere in atto l’anno prossimo, ma con una discussione «molto, molto preliminare», ha precisato Draghi. In ottobre ci sarà un annuncio più preciso sulle intenzioni ma solo se il quadro sarà chiaro. «Se non saremo pronti rinvieremo». Ogni decisione, comunque, è legata all’andamento dell’inflazione, che — ha assicurato Draghi — prima o poi arriverà al target di quasi il 2%, per conseguire il quale la Bce proseguirà con «fiducia, pazienza, persistenza». A chi chiede di terminare al più presto le politiche espansive, segnatamente l’establishment della Germania, Draghi ha risposto che le ansie «non hanno ragioni», la politica monetaria della Bce «ha beneficiato tutti i Paesi».

Danilo Taino

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