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Timori di «contagio» per BTp e Bonos

C’è chi crede che la Grecia sia a questo punto un capro espiatorio, chi invece pensa che potrebbe creare grattacapi anche ai Paesi limitrofi. Se ci soffermiamo a quanto visto ieri nelle sale operative, vale la seconda ipotesi, perché abbiamo assistito a scene da mini-contagio nella periferia dell’Eurozona. Il balzo dei titoli biennali di Atene al 27% si è fatto sentire anche sui bond di Italia e Spagna che sono stati venduti, con conseguente rialzo dei tassi di interesse.
A fine seduta il rendimento del decennale italiano ha chiuso all’1,37%, tre punti base in più del corrispettivo titolo spagnolo. I tassi dei BTp sono aumentati in un solo giorno di 12 punti base, quelli iberici di otto. Il rendimento dei titoli italiani è piombato in una sola seduta indietro sui livelli di inizio marzo, vanificando quindi i tentativi di “schiacciamento” operati dal quantitative easing lanciato dalla Banca centrale europea il 9 marzo. Le vendite hanno colpito anche i titoli portoghesi che hanno visto balzare il tasso a 10 anni di 17 punti base all’1,87%.
Stesso copione sui mercati azionari. Il Ftse Mib di Piazza Affari ha chiuso in calo dell’1,75%, Madrid ha perso l’1,42%. Maglia nera a Lisbona (-2,44%) che è andata abbondantemente peggio della media delle Borse europee (peggio anche del Dax tedesco che ha ceduto l’1,9%). L’indice Stoxx 600 ha chiuso con un calo dello 0,7% a 411 punti. Nella seduta di martedì l’indice complessivo delle Borse europee aveva toccato un picco di giornata a 415 punti, massimo storico intraday.
Ma a sentire parlare i gestori l’opinione prevalente è che, al di là di quanto visto ieri, prevale la prima ipotesi, ovvero che in questo momento il caso Grecia funga più da pretesto per prendere beneficio dopo i forti rialzi incamerati dai listini azionari da inizio anno con Milano e Francoforte battistrada a +25%.
«Nelle prossime due settimane potremmo assistere a un aumento della volatilità – spiega Vincenzo Longo, strategist di Ig -. Sia in vista dell’Eurogruppo del 24 aprile che, poi, dalla settimana successiva, del meeting della Federal Reserve e della nuova stima sul Pil degli Stati Uniti. In questa fase la Grecia potrebbe essere un capro espiatorio per favorire un alleggerimento fisiologico in un trend che rimane comunque positivo per i mercati europei». Molti operatori credono che alla fine un accordo con i creditori internazionali verrà trovato. In ogni caso, un eventuale default non implicherebbe automaticamente lo scenario peggiore per i mercati (un’uscita dall’euro): non a caso circolano rumor (smentiti però dal governo tedesco) secondo cui la Germania starebbe studiando un piano B per la Grecia, una sorta di default morbido che non implicherebbe l’uscita dall’unione monetaria. Da non dimenticare poi lo studio di S&P di febbraio in base al quale un’uscita della Grecia dall’Eurozona avrebbe un rischio limitato di contagio perché «l’architettura di salvataggio è più robusta rispetto a quanto visto nel 2012», quando anche allora si temeva la cosiddetta «Grexit». In questo momento la Grexit «sarebbe finanziariamente meno rischiosa per gli altri membri dell’Eurozona rispetto a quanto sarebbe stato nel 2012».
In tutto questo l’euro ieri si è rafforzato sul dollaro tornando a superare la soglia di 1,07. La divisa unica ha snobbato la Grecia ma si è concentrata sui dati macro diffusi negli Stati Uniti dove i dati sulle nuove richieste di sussidi di disoccupazione e quelli sulle costruzioni di case residenziali hanno deluso le attese, indebolendo un po’ il superdollaro.
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