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Theresa May ha fretta, è già governo

«Terremo testa alla sfida che ci aspetta. Lasceremo l’Unione Europea, ma sapremo trovare un nuovo ruolo positivo nel mondo facendo della Gran Bretagna un Paese che sa guardare a tutti i suoi cittadini, non solo a pochi privilegiati». Sulla porta di Downing Street al termine di una nuova drammatica giornata nella politica britannica, Theresa May ha istruito un popolo confuso.
Lo ha tranquillizzato e incoraggiato a guardare avanti in vista di un cambio che promette di essere assai più profondo del già traumatico divorzio da Bruxelles. Il Regno Unito deve trovare una nuova collocazione sulla carta geografica, ma deve anche trovare la forza di riequilibrare se stesso. Theresa May si è riferita così alle divisioni fra le nazioni – scozzesi e nordirlandesi per Remain, inglesi e gallesi per Brexit – ma anche alla spaccatura sociale. L’insistenza sui «pochi privilegiati» da ridimensionare nelle pretese e nei vantaggi a favore di tutti gli altri cittadini è un motivo ricorrente delle parole della nuova signora premier. E tanto basta per immaginare che guiderà un governo con forte connotazione sociale.
Non sarà sola, prossima com’è ad arruolare una batteria di amazzoni al suo fianco. Lo aveva promesso e lo farà: sarà un governo al femminile come mai prima, sia nelle posizioni senior sia in quelle junior. Cominciando con Amber Rudd, ministra dell’Energia nel governo Cameron che sostituirà la stessa May agli Interni. Le tonalità di biondo le garantirà però la zazzera di Boris Johnson, convocato fra i primi a Downing Street e nominato ministro degli Esteri. Un colpo di scena visti i precedenti, ma il segnale chiaro della volontà di Theresa May di riunire il partito. Il toto-ministri continua mentre scriviamo, ma il cancelliere dello Scacchiere George Osborne ha confermato di aver lasciato l’incarico e il governo, spianando la strada a Philip Hammond ministro degli Esteri uscente, fortissimamente voluto dalla signora premier al Tesoro. Solo nei prossimi giorni si avrà l’immagine completa del primo gabinetto May.
Quella di ieri è stata una giornata in qualche modo conclusiva del primo atto della Brexit. Dal 23 giugno la Gran Bretagna è stata al centro di uno smottamento politico senza precedenti concluso con un’inattesa accelerazione quando il partito conservatore con un atto di sostanziale imperio ha spianato la strada a Theresa May come successore di David Cameron. Il cambio della guardia è stato rapido, seguendo puntualmente i canoni della tradizione.
Il premier uscente s’è presentato alla Camera dei Comuni a mezzogiorno in punto per un ultimo Question Time che si è risolto in un addio alla prima linea della politica e forse, nel futuro prossimo, alla politica. Poi, nel primo pomeriggio, la liturgia degli addii lo ha visto salutare la folla a Downing Street con la famiglia al completo, prologo al passaggio formale a Buckingham Palace per le dimissioni nelle mani della Regina.
Elisabetta II ha atteso qualche minuto, e dalla Bentley di ordinanza è scesa Theresa May accompagnata dal marito Philip. Pochi minuti per la conferma del mandato e via verso Downing Street dove Theresa May ha pronunciato il suo primo discorso da capo del governo. Un capo che ha fretta. In serata ha convocato i più fedeli, annunciato le prime scelte e tracciato la silhouette di un governo chiamato, fin d’ora, a un incarico di straordinaria difficoltà. L’Europa è la missione più attesa, ma non solo. Theresa May deve ridisegnare il profilo politico, economico, diplomatico di un Paese terremotato come mai nelle storia del Dopoguerra.

Leonardo Maisano

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