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Theresa May: «Prima i britannici»

«Seize the day». Ovvero, carpe diem. Il primo ministro leva le braccia al cielo. Il pubblico del congresso conservatore di Birmingham si alza in piedi, grida, applaude per dieci minuti pieni. Dopo David Cameron, uomo che raramente si scaldava, la passione politica di Theresa May è tangibile. Ma se l’idea di un governo per tutto il Paese, di una Gran Bretagna globale, di una nazione in cui contano non il colore, non la religione, non il sesso, bensì le abilità e la voglia di lavorare unisce il partito, i commenti sull’immigrazione no. E’ stata il tema principale del referendum: rimane un argomento minato.

«Se avete perso il lavoro o parte dello stipendio per via dell’immigrazione la vita non vi sembra giusta — ha detto May —. Vi capisco». La frase ha suscitato scalpore – per il Daily Telegraph , quotidiano filo-conservatore, «sembra uscita dalla bocca di Donald Trump» — soprattutto sulla scia dell’intervento del ministro degli Interni Amber Rudd, che al congresso ha proposto una serie di misure controverse per frenare l’immigrazione.

Al contempo, però, la premier ha ribadito che la sua «visione» si fonda su un nuovo conservatorismo sociale e il suo governo avrà un ruolo maggiore, rispetto ai suoi predecessori, nell’assicurare «una politica fondata sui valori dell’equità e delle opportunità». Se da un lato May preannuncia un giro di vite su immigrazione e welfare state, dall’altro promette di migliorare i diritti dei lavoratori e controllare le peggiori derive capitaliste.

May ha confermato, dunque, la linea della sua ministro degli Interni, che al congresso aveva assicurato: «Questo governo non esiterà a mettere al primo posto gli interessi dei cittadini britannici. Lavorate con noi, non contro di noi e riusciremo a tagliare l’immigrazione proteggendo allo stesso tempo l’economia». Rudd non ha escluso maggiori controlli per gli studenti stranieri – soprattutto sulla conoscenza della lingua – e l’obbligo per ogni società di denunciare il numero di impiegati nati all’estero.

La risposta della comunità aziendale, così come quella universitaria, è stata immediata. «Non è questo il momento di rendere l’assunzione del personale giusto più difficile —, ha sottolineato Adam Marshall, capo della camera di commercio britannica —. Vuol dire obbligare le società che hanno una forza lavorativa globale a sfoggiare un marchio di vergogna». James Sproule, della Confindustria, si è detto «tutt’altro che entusiasta» delle proposte. «Le aziende dovrebbero essere libere di assumere chi vogliono». Il ministro è stato costretto a difendersi precisando che le proposte sono tutte ancora da valutare, ma che è importante che si possa avviare in Gran Bretagna un dibattito sull’immigrazione senza essere definiti razzisti. Ci sono società, ha assicurato, che assumono quasi esclusivamente personale estero per risparmiare.

Pensare che quando il laburista Gordon Brown aveva promesso di battersi per «lavori britannici per lavoratori britannici», il conservatore David Cameron lo aveva accusato di aver rubato le parole agli estremisti del British National Party. Era il 2009. Altri tempi.

Paola De Carolis

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