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Tfr in busta sempre a caro prezzo

Incassare il Tfr mese per mese da qui a giugno 2018 ha un costo il cui ammontare preciso, però, varia per ogni lavoratore a fronte di diverse variabili. Il saldo negativo, rispetto a quanto avverrebbe continuando ad accumulare il trattamento di fine rapporto, si manifesterà per tutti i lavoratori, anche per quelli che percepiscono retribuzioni basse e che, almeno sulla carta, dovrebbero costituire il nucleo più consistente dei soggetti interessati.
È insolito pensare che per una somma indiscutibilmente di spettanza del dipendente si possano prevedere dinamiche politiche tra di loro diversificate. Infatti il trattamento di fine rapporto viene spinto verso la previdenza complementare ma, al verificarsi di talune situazioni, cambia destinazione e va al fondo di tesoreria gestito dall’Inps e le risorse (dei lavoratori) si utilizzano per finalità di tutt’altra natura. Poi, improvvisamente, il Tfr torna al centro dell’attenzione del legislatore che decide di metterlo a disposizione, mensilmente, del lavoratore con l’intento di incrementare i consumi.
E qui il paradosso è lampante. Il dipendente, per contare su denaro che è già suo, deve pagare. Il conto che gli viene presentato è monocromatico: si tratta solo di maggiori imposte. E a ben vedere non vi sono soglie retributive che possano sfuggire a questa logica. La legge di stabilità, nel prevedere la quota integrativa di retribuzione (Quir), come è stata definita la mensilizzazione del Tfr, ne sancisce la piena imponibilità fiscale mediante l’applicazione del regime di tassazione ordinario. Un salto a piè pari della disposizione contenuta nell’articolo 17 del Tuir, a favore di un prelievo fiscale più salato che non sembra avere altri fini se non quello di accrescere le entrate erariali.
L’esempio pubblicato a fianco si riferisce a un lavoratore del settore industria con una retribuzione lorda media pari a 1.850 euro. Nel periodo interessato, il dipendente percepirà circa 5.000 euro di Quir, che aumenterà il suo imponibile fiscale originando delle maggiori imposte complessivamente pari a 1.706,98 euro, al cui interno figurano le maggiori addizionali regionale (79,58 euro), comunale (40,29 euro) e l’aumento dell’Irpef per un totale di 1.587,10 euro.
Complessivamente le imposte gravanti sulla Quir corrispondono a un’aliquota media del 33,89%, che messa a confronto con quella di tassazione del Tfr, evidenzia la differenza di prelievo fiscale. Nel conteggio, in particolare nella fase di determinazione del reddito di riferimento, non si è tenuto conto della Quir, in quanto assoggettata a tassazione ordinaria ed esclusa per espressa previsione del Dpcm 29/2015. Nel provvedimento attuativo non è stata chiarita la sorte del periodo in cui opera la monetizzazione del Tfr,riguardo alla determinazione del reddito di riferimento. In altri termini, poiché per calcolare il reddito di riferimento si parte dal Tfr lordo, lo si moltiplica per 144 (coefficiente mensile) e lo si divide per il numero dei mesi di anzianità del lavoratore, si pone il problema se considerare (o escludere) nel calcolo, i mesi in cui il lavoratore ha percepito la Quir.
Nell’esempio, i trentasei mesi sono stati inclusi. Una diversa interpretazione, eventualmente fornita, dall’agenzia dell’Entrate penalizzerebbe ancora di più i lavoratori. Diminuire, infatti, il numero dei mesi nel calcolo del reddito di riferimento farebbe aumentare – anche se non di molto – l’imposizione fiscale accentuando il divario già evidenziato.
Chiedere la Quir è un’opportunità per i lavoratori ma potrebbe rivelarsi una scelta obbligata per chi ha necessità di far aumentare il proprio netto anche se la tabella elaborata evidenzia che a fronte di un importo di Quir di 128 euro corrisponde un netto di circa 84 euro (valori medi).
Da ultimo, una riflessione. Il calcolo dell’imposta afferente il Tfr è complesso, in quanto agganciato a parametri variabili quali l’anzianità del lavoratore e il trattamento di fine rapporto accantonato. A ciò si deve aggiungere che il periodo di fruizione della Quir non è predefinito ma è individuato in funzione del momento in cui il lavoratore presenta la richiesta. Tutto ciò, evidentemente, porta a calcoli estremamente personalizzati che riflettono la situazione individuale ma che presentano due elementi in comune, entrambi finalizzati ad accrescere il gettito erariali in termini di Irpef e Iva.

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