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Tfr, il «ricalcolo» annulla l’intesa

di Barbara Massara

Negli ultimi mesi dell'anno "piovono" dall'agenzia delle Entrate avvisi di riliquidazione del l'imposta sui Tfr e sulle altre indennità corrisposte in occasione della cessazione del rapporto di lavoro. Ma qualora le somme oggetto di riliquidazione siano state concordate tra datore di lavoro e dipendente come importi netti, su chi ricade il maggior onere fiscale? Si tratta di una questione divenuta molto comune nelle aziende, soprattutto in conseguenza della prassi diffusa di riconoscere al momento della risoluzione del rapporto specifiche somme erogate a titoli diversi (incentivo all'esodo, transazione, integrazione del Tfr eccetera).
Poiché durante la trattativa i dipendenti, o i sindacati (in occasione di procedure collettive) richiedono somme nette, le aziende, negli accordi, sono obbligate a definire come netti gli importi concordati, da considerare cioè al netto delle imposte e dei contributi (eventuali) dovuti. Ma in quel momento nessuna delle parti ricorda che la tassazione effettuata dall'azienda – in qualità di sostituto – è di tipo provvisorio (articolo 23, comma 2, lettera d, Dpr 600/1973). Quella definitiva, cioè la riliquidazione dell'imposta, sarà infatti effettuata dal l'amministrazione finanziaria entro il 31 dicembre del quarto anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione dell'anno in cui il Tfr è stato percepito (articolo 19 del Tuir e del Dlgs 47/2000).
In occasione della ricezione dell'avviso di riliquidazione da parte dell'agenzia delle Entrate, l'espressione "importo netto" utilizzata nell'accordo diventa oggetto di diversa interpretazione: per il datore di lavoro il suo obbligo contrattuale si è esaurito quando ha erogato il netto risultante dalla busta paga (in cui tali somme sono esposte), per l'ex dipendente invece la garanzia si estende anche alle maggiori imposte richieste al momento della riliquidazione.
Questa diversa interpretazione della clausola contrattuale, dopo anni dalla risoluzione del rapporto bonariamente definita con apposito accordo, comporta il rischio di un nuovo contenzioso.
Questo rischio potrebbe essere sensibilmente ridotto qualora l'azienda sia più accorta nel formalizzare la clausola, prevedendo ad esempio che le somme siano riconosciute non semplicemente come nette delle imposte e dei contributi dovuti, ma più precisamente come «al netto delle ritenute di legge operate dal sostituto». Questa formula mette il sostituto al riparo dall'eventuale rischio di dover sopportare l'ulteriore onere fiscale derivante dalla riliquidazione delle imposte dovute sull'incentivo all'esodo concordato come netto, in quanto comporta che il suo obbligo è solo quello di "lordizzare" l'importo netto concordato e cioè riconoscere in busta paga quell'importo lordo che al netto delle ritenute che lo stesso è chiamato a calcolare ed operare (in via provvisoria) garantisce al lavoratore il netto concordato. In questo modo l'obbligazione assunta si esaurisce nel sopportare l'onere fiscale certo, cioè quello quantificato dallo stesso datore di lavoro.
La problematica è diventata così comune, da essere stata sottoposta alla magistratura da cui arrivano le prime importanti decisioni. Il Tribunale di Roma – sentenza n. 1482 del 28 gennaio 2011 – chiamato a esprimersi sul ricorso di un dipendente per ottenere dall'ex datore di lavoro il rimborso delle maggiori imposte sull'incentivo all'esodo concordato netto, ha ritenuto la domanda infondata, in quanto «il datore di lavoro ha adottato l'unico sistema di trattenuta fiscale che poteva utilizzare all'atto del l'erogazione dell'incentivo al l'esodo, mentre l'agenzia delle Entrate ha rideterminato l'imposta dovuta sull'incentivo all'esodo…ogni accordo volto all'accollo definitivo dell'onere tributario in capo al datore di lavoro, all'esito del ricalcolo da parte dell'agenzia delle Entrate, con la previsione di una indennità di rimborso, sarebbe stato nullo». A parere dei giudici il datore di lavoro è impossibilitato a quantificare l'ulteriore imposta riliquidata dall'amministrazione finanziaria, in quanto non è in possesso dei dati necessari, e conseguentemente non è nella condizione di potersi accollare l'onere del rimborso.

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