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Tfr, i timori delle imprese

Il nodo compensazione alle imprese, la perdita di liquidità per le Pmi, la fiscalità e le coperture necessarie per possibili anticipi di cassa. Sono questi i nodi principali dell’operazione che dovrebbe consentire ai datori di lavoro di trasferire nella busta paga dei dipendenti il 50% del Tfr da maturare annualmente e consentirgli di trattenerne l’altra metà. Ma sono anche i timori delle imprese.
L’operazione, come anticipato ieri su queste pagine, nelle intenzioni dei tecnici di Palazzo Chigi avrebbe comunque l’obiettivo di sostenere i salari dei dipendenti privati aumentando la loro capacità di spesa alimentando così i consumi. Sul tema il vice ministro dell’Economia, Enrico Morando, ha precisato che non è una proposta che ha studiato. Mentre il sottosegretario all’Economia Enrico Zanetti ha fatto sapere di non averne mai sentito parlare al Mef. In ogni caso, Zanetti ha affermato che il suo partito (Sc) è contrario all’iniziativa. Ma nella maggioranza c’è anche chi, come Ncd, esprime subito un parere favorevole. Raffaello Vignali, responsabile Sviluppo Economico del Nuovo Centrodestra, ha precisato che la misura aumenterebbe «il reddito disponibile delle famiglie, tra cui anche quelle escluse dal bonus di 80 euro». Ma sarà comunque necessario tutelare le Pmi sul fronte del Tfr utilizzato oggi come forma di finanziamento della propria attività.
L’ipotesi di inserire la metà del Tfr in busta paga, anche se per un periodo di tempo determinato, come detto, crea più di una perplessità nel mondo imprenditoriale. «È una situazione complessa. Bisogna vedere quale drenaggio in termini di liquidità ci sarà sulle imprese», ha commentato il presidente di Confindustria.
In un momento di scarsità di credito, denunciata dalle aziende, specie le più piccole, un intervento del genere rischierebbe di prosciugare ancora di più le risorse a disposizione, «creerebbe parecchi problemi di liquidità alle imprese», ha ribadito il direttore generale di Confindustria, Marcella Panucci. «Il Tfr è considerato un debito in bilancio, ma di fatto è liquidità a disposizione. In un momento come questo, un intervento del genere toglierebbe una fonte di finanziamento alle imprese». Quindi «è un intervento che va valutato in tutti i suoi aspetti», ha aggiunto la Panucci. Che si è anche soffermata sulla situazione attuale: «Le aziende che hanno più di 50 dipendenti già versano il Tfr alla tesoreria dell’Inps». Stando così le cose la norma si applicherebbe alle aziende sotto questa soglia.
Dal Senato, Mauro Maria Marino (Pd), presidente della Commissione Finanze, si schiera sul fronte del sì: «Se non mettiamo in moto il meccanismo della crescita anche con proposte innovative e un po’ radicali non riusciremo a dare quello scossone necessario per rilanciare la domanda interna».
Dai sindacati, oltre alla Fiom che aveva già rilanciato nella primavera scorsa l’intervento sul Tfr in busta paga, è intervenuto ieri anche il leader della Cgil, Susanna Camusso: se la si vuole fare dovrà «essere fatta solo se scelta volontariamente dai lavoratori» e senza che «determini una riduzione del risparmio».
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