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Testimonianze in studio legale

Il testimone deporrà presso lo studio legale. Anche nel processo civile sbarcano atipiche indagini difensive. E si impone il coordinamento con il codice deontologico forense, che subordina a estrema cautela il contatto tra avvocato e testimone (salvo, appunto, le indagini difensive nel settore penale, minuziosamente disciplinate).

Questo l’effetto del decreto legge sulla giustizia civile, approvato dal consiglio dei ministri del 29 agosto 2014, che, in attesa della riforma organica del processo (a essa è dedicata un disegno di legge delega), dispone alcuni aggiustamenti con l’obiettivo di accelerare i processi, anche mediante trasposizione d’ufficio della cause dal rito ordinario al rito sommario.

A dire il vero si è già tentato di inserire la testimonianza scritta nel processo civile, ma il sistema è molto macchinoso e non è decollato.

La nuova testimonianza scritta è descritta in maniera molto scarna dalla disposizione (nel testo ora disponibile) e la disciplina dovrà necessariamente essere completata, almeno per risolvere i problemi deontologici.

Vediamo cosa prevede il decreto legge.

La parte interessata potrà produrre, sui fatti rilevanti ai fini del giudizio, dichiarazioni di terzi, capaci di testimoniare, rilasciate al difensore, che, previa identificazione, ne attesta l’autenticità.

Il difensore deve avvertire il terzo che la dichiarazione può essere utilizzata in giudizio, delle conseguenze di false dichiarazioni e che il giudice può disporre anche d’ufficio che sia chiamato a deporre come testimone.

In sostanza il testimone si presenta all’avvocato della parte interessata e compila la dichiarazione davanti a lui: questa è la garanzia minima per consentire all’avvocato da un lato di prendersi la responsabilità di dichiarare che la dichiarazione è autentica e dall’altro di identificare il testimone e di fornirgli (e lasciare traccia di avere fornito) le avvertenze sulla utilizzabilità in giudizio, sulle conseguenze delle dichiarazioni falsi o reticenti e sulla possibilità di una convocazione da parte del giudice.

A questo punto si deve ricordare che il codice deontologico forense, sia nella versione attuale (articolo 52) sia in quella destinata a sostituirla per effetto del nuovo codice in attesa di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale (articolo 55) prescrive che l’avvocato non deve intrattenersi con testimoni o persone informate sui fatti oggetto della causa o del procedimento con forzature o suggestioni dirette a conseguire deposizioni compiacenti.

L’avvocato farà bene a compilare un verbale recante le avvertenze, le formule relative all’identificazione e, a seguire, la dichiarazione resa. Non è chiaro se possano essere verbalizzate anche domande tese al chiarimento dei fatti o se, invece, possa essere riportata solo la dichiarazione del testimone.

La norma consente l’acquisizione di una prova fuori del processo e il relativo verbale sarà introdotto nella causa come un documento, nei termini previsti dal codice di procedura.

Stando alla disposizione, la controparte, esclusa dall’escussione testimoniale, avrà, per provocare il contraddittorio, come unica possibilità la richiesta al giudice di convocare il testimone avanti a sé. Vale la pena di chiedersi se non sia utile introdurre un sistema di audizione del teste anche fuori dal processo, per esempio presso gli studi legali, ma in contraddittorio tra le parti.

D’altra parte la soluzione delle liti si dovrà trovare fuori dai palazzi di giustizia, anche negli intendimenti formulati nel disegno di legge delega.

Vediamo alcuni passaggi di questo progetto governativo.

Innanzi tutto più arbitrati: l’incentivo vale sia per quelli regolati dal codice di procedura civile sia per quelli forensi, di nuova introduzione (con il decreto legge).

La fuga dalla sentenza la troviamo anche nell’impulso alla conciliazione giudiziale. Già altre volte si è tentato di far diventare il giudice un mediatore attivo nella proposta di una soluzione transattiva o conciliativa: ora l’ennesimo tentativo.

L’organizzazione giudiziaria viene disegnata con più giudici specializzati sia per le imprese sia per il diritti di famiglia.

Passando alla struttura del processo si vuole: maggiore velocità (saltando i vari passaggi rituali); più sintesi (anche per il civile, come per l’amministrativo, si profilano regole sul numero massimo di pagine a disposizione dell’avvocato per la stesura degli atti difensivi; più oralità e meno scritti; più standardizzazione dei giudizi (con l’introduzione di elementi tipici della giustizia anglosassone, come la codificazione dei precedenti); più affidamento alla leale collaborazioni delle parti, cui si offre l’eliminazione del filtro per la proposizione degli appelli.

Un pezzo di questo disegno viene anticipato già dal decreto legge che introduce la possibilità per il giudice di trasferire la causa dal rito ordinario al rito sommario.

Ai procedimenti introdotti a decorrere dal trentesimo giorno successivo all’entrata in vigore della legge di conversione del decreto, nelle cause in cui il tribunale giudica in composizione monocratica, il giudice nell’udienza di trattazione, valutata la complessità della lite e dell’istruzione probatoria, potrà disporre, previo contraddittorio anche mediante trattazione scritta, che si proceda con il più veloce rito sommario di cognizione (articolo 702-ter del codice di procedura civile).

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