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Test e monitoraggi per la transizione Ma c’è il nodo dei dati

Stendere il piano di Recovery è stato senz’altro complicato, ma a Mario Draghi e al suo governo tra quale mese potrebbe apparire quasi facile rispetto alle scelte che stanno per imporsi. La politica economica ha una dimensione interna, non solo europea, destinata a entrare nel vivo questa settimana e a durare per mesi. Nella sostanza il governo dovrà dosare tempi e modi del ritorno a una normale economia sociale di mercato, dopo oltre un anno durante il quale i licenziamenti sono rimasti bloccati, il credito congelato nelle scadenze di rimborso del capitale e i sussidi ai dipendenti in eccesso di tutte le imprese sono stati concessi senza contributi da parte di queste ultime. Per queste ragioni, malgrado i segnali di ripresa, l’Italia è lontana da una condizione di equilibrio e allo stesso tempo si tiene oggi su un assetto troppo instabile e costoso per durare all’infinito. La scelta di fronte alla quale si trova il governo Draghi non consiste dunque nel decidere di esentare due o tre categorie industriali dallo sblocco parziale dei licenziamenti, dopo quindici mesi, da giovedì prossimo. Quest’ultima decisione è acquisita a Palazzo Chigi fa circa tre settimane (Corriere, 9 giugno) sulla base di un criterio oggettivo: i settori manifatturieri destinati a mantenere il divieto di licenziamento economico sono quelli nei quali l’incidenza della cassa integrazione è più alta. In tutti gli altri settori dell’industria e delle costruzioni che hanno accesso alla cassa integrazione ordinaria (oltretutto, gratis fino a fine anno) il blocco dei licenziamenti sembra destinato a finire dopodomani. Solo nel tessile, nelle calzature e nella pelletteria a maggio le ore medie per dipendente di sospensione dal lavoro pagata dall’Inps, l’istituto di previdenza, è fra il 21% e il 27%: oltre il doppio degli altri settori industriali e manifatturieri designati per lo sblocco.

Purtroppo per tessile, calzature e pelletteria questa eccezione rischia di non creare un’enorme differenza, perché per molte aziende in quei settori la crisi si trascina da ben prima di Covid. Il tessile per esempio ha l’incidenza di cassa integrazione più alta di tutto il decennio fino al 2019 – secondo la Banca d’Italia – con medie (10,8%) doppie rispetto a tante altre fra le classi d’imprese più colpite. Con le esenzioni su quei tre settori Draghi dà dunque soprattutto un segnale di apertura a chi difende il divieto di licenziamenti, poi però inizia la partita più vera: capire cosa accadrà dalle prossime settimane ai settori sbloccati di industria e costruzioni. Il monitoraggio del governo sarà eseguito settimana per settimana. Solo su quella base diventa possibile capire cosa fare in vista della scadenza del blocco dei licenziamenti per tutte le aziende, anche dei servizi, a fine ottobre. Se le comunicazioni obbligatorie delle imprese al ministero del Lavoro e le richieste di disoccupazione all’Inps mostrassero che all’alzarsi delle chiuse non c’è un’alluvione di licenziamenti nei settori sbloccati, allora sarebbe più facile procedere per gradi anche negli altri. E viceversa. I segnali nelle prossime settimane saranno dunque importantissimi.

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