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Tessile: il risveglio c’è ma sarà graduale

Sotto la pioggia che cade, la via che da Cossato sale a Trivero espone il volto scarnificato di un capitalismo italiano ormai estinto nel suo profilo di puro Novecento. È la Strada della Lana in Valle Strona. Dopo duecento anni di storia industriale decine di fabbriche – alveari un tempo composti da operai e da macchinari, acqua dolce buona per la lavorazione dei tessuti e comignoli fumanti – appaiono la trasfigurazione cimiteriale di un passato che non tornerà più. Nel Biellese. In Italia. In Europa.
Nell’inverno del nostro scontento, mentre sbuffi di aria tiepida – sotto forma di statistiche macroeconomiche meno malevole di quelle degli ultimi sei anni – annunciano (forse) una timida primavera, la manifattura basata sulla qualità media e sulla competizione di prezzo non ha più ragione di esistere. Il tutto a ciclo completo: qui entrava la materia prima, si procedeva alla filatura e usciva il tessuto finito. Durava dal 1816, anno in cui Pietro Sella (antenato dei banchieri) portò dal Belgio in questa valle il primo telaio meccanico. Zegna Baruffa, Torello Viera, Modesto Bertotto. Alcune aziende sono corpi morti, quasi disossati e necrotizzati. Altre sono organismi produttivi efficienti, ma ridimensionati nel perimetro produttivo. Altre ancora si sono spostate a valle. Negli anni Ottanta c’erano 73 opifici, tutti attivi a pieno regime. Oggi sono 37. Gli spazi vuoti sono enormi: secondo l’Unione industriale Biellese, su 550mila metri quadrati coperti 230mila sono vuoti. «La crisi del tessile italiano – osserva Federico Trombini, dal 2003 al 2011 segretario della Camera del Lavoro di Biella – è iniziata nel 2003, quando la concorrenza della Cina, sui tessuti di qualità media, da temibile è diventata imbattibile. Fino agli anni Novanta, qui nel comune di Valle Mosso ai cambi turno non riuscivi quasi a camminare. C’erano oltre 5mila operai». Oggi a Valle Mosso molti negozi sono chiusi. Un gruppo di stranieri beve il caffè nel bar della piazza. Le mura della Botto Giuseppe, dove lavorano ancora in oltre 250, hanno – in una specie di gigantesca installazione – immagini grigie, blu e azzurre realizzate da Michelangelo Pistoletto. In questo set post-moderno, c’è la trama dura del capitalismo italiano, segnata dall’abbandono di un fordismo labour intensive ormai insostenibile e l’assestamento su una dimensione minore compatibile con le nicchie più dorate e remunerative dei mercati globali. Il ricordo di Oreste Rivetti – raccontato nel 1957 da Guido Piovene nel suo “Viaggio in Italia” con «occhi da gatto, sopracciglia foltissime spinte in su dagli occhiali» – qui è ormai un fantasma: «Io non pago commessi viaggiatori: ne faccio a meno. Sono i clienti che devono venire da me. Cosa m’importa a me di avere trecento clienti? I miei sono tutti amici, li vedo al ristorante, a casa. Io il mio prodotto lo conosco. Se lo vogliono bene; se no, lascino stare», dice Rivetti nel resoconto di Piovene. Da allora è cambiato tutto. Quel mondo si è aperto al mondo. Così, inerpicandosi sulla Strada della Lana, si trova chi è rimasto, operando su una fascia di mercato alta (se non altissima), cercando ossessivamente ogni giorno nuovi clienti e sviluppando una accorta (e complessa) politica di marchio: a Croce Mosso la Successori Reda, a Pratrivero la Vitale Barberis Canonico, a Trivero la Ermenegildo Zegna. Queste tre imprese hanno compiuto ingenti investimenti fissi, sviluppato ricerca e formato nuovi specialisti rimanendo qui, in cima alla Strada della Lana. Altro che restare fermi, in attesa che “gli altri” vengano da te. Ercole Botto Poala è con il cugino Francesco amministratore e proprietario della Successori Reda, 370 addetti e ricavi nel 2014 per 80 milioni di euro (l’80% all’estero), il 15% in più nell’anno precedente. «Il 2014 non è andato male – sottolinea Ercole Botto Poala – il 2015 e il 2016 saranno cruciali». A Biella – come in tutto il tessile e il sistema moda italiano – il lungo periodo si sovrappone al breve periodo, le misure di policy provano a incidere sulle mutazioni profonde delle strutture economiche. Sulle misure di policy, Botto Poala è tranchant: «L’unica davvero utile è la riforma del mercato del lavoro. Anche se il presidente del Consiglio Renzi ha scelto il fioretto. Avrebbe dovuto usare la scure, garantendo la piena licenziabilità per ragioni economiche anche degli assunti con il vecchio contratto. La cultura anti industriale italiana vede nell’imprenditore un sadico che si divertirebbe a buttare fuori personalità che ha a lungo formato. Non è così». Un punto di vista condiviso da Nicolò Zumaglini, titolare a Cerreto Castello del Lanificio Subalpino, 6 milioni di euro di fatturato nel 2014 (oltre l’80% di export) contro i 4,5 milioni di euro del 2013: «Il 1° marzo, ricorrendo al Jobs Act, abbiamo trasformato il contratto di un nostro collaboratore da interinale a tempo indeterminato». Il tessile e in generale il sistema moda, fra i mutamenti di lungo periodo e l’abbozzo di politiche industriali, si trova dunque al bivio. «I primi segnali di risveglio – afferma Marilena Bolli, presidente dell’Unione industriale biellese – dovrebbero consolidarsi e rafforzarsi nel prossimo biennio, lasciando spazio a una graduale ripresa dei livelli di attività».
Peraltro, stando al modello econometrico di Prometeia adoperato nell’ultima Analisi dei Settori Industriali il fatturato (a prezzi costanti) dovrebbe crescere quest’anno dell’1,7% e l’anno prossimo dell’1,4 per cento. Le esportazioni rispettivamente del 2,5% e del 2 per cento. Il margine operativo lordo, che in questi anni è rimasto intorno al 7%, nel 2015 e nel 2016 dovrebbe rispettivamente crescere dell’8,2 e dell’8,4 per cento. Il Roi – fermo fra il 5 e il 7% – dovrebbe salire al 7,8% e all’8,3 per cento. Sempre per Prometeia il Roe, inchiodato fra il 2 e il 3%, dovrebbe tornare a salire fra il 5,9 e il 6,3 per cento. Queste previsioni si collocano in uno scenario che, dal 2008, è stato rimodellato – con una certa brutalità – dalla recessione. Secondo le stime di Sistema Moda Italia, nel 2008 le aziende erano 54.718; ora sono diventate 47.813. Settemila in meno. Gli addetti da 508mila sono scesi a 411mila. Centomila in meno. Il fatturato è calato da 54 a 52 miliardi di euro. Le stime di Sistema Moda Italia concordano, anzi aggiungono qualche nota positiva a quelle di Prometeia: nel primo semestre di quest’anno il fatturato tendenziale dovrebbe aumentare del 2,8% e l’export del 3,3 per cento. «Il settore – dice Gianfranco Di Natale, direttore generale di Sistema Moda Italia – ha recuperato nel 2014 due miliardi e mezzo di fatturato rispetto al 2013. Tenendo quest’anno un ritmo simile, si tornerebbe al livello del 2008. Il problema, però, è la qualità della crescita: va bene che l’export cresca così tanto, in particolare negli Stati Uniti dove l’atteggiamento dei consumatori verso il Made in Italy è cambiato da qualche tempo. E dove il dollaro forte rappresenta un vantaggio oggettivo. Non va bene che i consumi interni, invece, continuino a essere debolissimi».
C’è quello che si vede. Rilevato dalle statistiche e dalle stime econometriche. E c’è quello che non si vede. Auscultato e intuito dai grandi vecchi degli opifici e dei mercati. Come Nino Cerruti, 84 anni, uno dei maestri dello stile italiano del Novecento. «Sia nella cultura nordamericana che in quella europea – nota Cerruti – si percepisce un maggiore buonsenso. Nel gusto dei mercati internazionali, sta gradualmente diminuendo il bisogno di provare uno shock per decidere un acquisto. La gente si fa ubriacare meno dalle cose stravaganti». Il centro direzionale delle sue aziende (la Lanificio Fratelli Cerruti, 60 milioni di euro di fatturato e la Cerruti Tessile, 90 milioni di euro di ricavi, in tutto 500 addetti) è ancora nel vecchio edificio sorto 133 anni fa sulla riva del fiume Cervo. Nella complessa relazione fra potenza e realtà, che da sempre rappresenta il vero punto focale intorno a cui ruota l’enigma del Made in Italy fra sorprese (storiche) e attese (per il domani), il cambiamento percepito da Cerruti nell’anima profonda dei mercati globali non è poca cosa. «In questo senso – prevede Cerruti, uno che ha visto molto se non tutto – il binomio fra una manifattura insieme severa e brillante e una politica di marchio allo stesso tempo sobria e di fascino potrebbe essere ancora una volta la chiave di accesso al futuro».

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