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Tesoro Usa contro Berlino “Trascina l’Europa in deflazione” Fed, possibile proroga degli aiuti

Arriva una requisitoria dall’Amministrazione Usa contro Angela Merkel. L’accusa è quella di affondare l’eurozona nella deflazione. Con i suoi errori, la Germania ha compromesso la ripresa europea e ora minaccia la stessa crescita degli Stati Uniti. Lo dice in termini diplomatici ma chiari il Dipartimento del Tesoro, in un rapporto ufficiale consegnato al Congresso di Washington. Gli fa eco uno dei capi della Federal Reserve con un annuncio gravido di conseguenze: la banca centrale americana potrebbe rinviare la “fine dell’emergenza”, quindi prolungare i suoi acquisti di bond sul mercato aperto, proprio per reagire all’improvviso ritorno del pericolo-deflazione. Questo annuncio ha rafforzato l’euro, dopo che già da qualche giorno l’ascesa del dollaro si era interrotta. Un danno per gli europei, che dall’indebolimento dell’euro si attendevano un sostegno alla competitività e finora l’unica vera spinta alla ripresa. Ma non si smuove la Merkel. Senza rispondere direttamente agli americani, la cancelliera tedesca ribadisce la linea dell’austerity. Lo fa parlando davanti al suo Parlamento, con un’allusione alle richieste di Francia e Italia: «Tutti i paesi membri dell’eurozona devono rispettare le regole fino in fondo».
I passaggi che accusano la Merkel, sono contenuti nel lungo documento che il Tesoro americano è tenuto a pubblicare a cadenza semestrale, con il titolo “Report to Congress on International Economic and Exchange Rate Policies”. Consegnato in anteprima mercoledì sera ai parlamentari, ora appare integralmente sul sito ufficiale www.treasury.gov. Le frasi chiave sull’eurozona sono impregnate di pessimismo. «L’Europa è di fronte al rischio di una vera e propria deflazione». E l’eurozona sta esportando deflazione in tutto il resto del mondo, come si vede dal rallentamento nell’export di diversi paesi emergenti, Cina in testa. Dietro la deflazione che è una patologica riduzione dei prezzi c’è «una domanda cronicamente debole, e provoca delusioni continue sul fronte dell’occupazione». Il Tesoro Usa rimprovera la Germania per la sua accumulazione di attivi con l’estero: un modello di crescita trainato dalle esportazioni, inevitabilmente sottrae alla crescita altrui. L’errore della Merkel, secondo il documento consegnato al Congresso, è di non spingere l’acceleratore sulla domanda interna, nonostante che la Germaniaabbia i conti in ordine e possa permettersi di farlo. Si salva solo una misura, l’aumento del salario minimo tedesco che va nella giusta direzione. In questo il Tesoro si allinea con la posizione del Fondo monetario internazionale: nell’eurozona, anche se paesi come l’Italia devono proseguire con le riforme strutturali e il risanamento dei conti, il nucleo duro germanico deve fare il contrario: “politiche più flessibili ed espansive”. Altrimenti, se la Germania insegue il pareggio di bilancio, anche lei aggiunge un sovrappiù di freno alla crescita. Berlino, conclude il Tesoro Usa, «aumentando la sua domanda interna deve fare la sua parte per riequilibrare la situazione sia in Europa sia a livello globale». Il segretario al Tesoro Jack Lew durante il meeting dell’Fmi ha esortato la Germania anche in un’altra direzione: perché acconsenta ad un “quantitative easing” nell’eurozona, cioè i massicci acquisti di bond da parte della Bce per riprodurre nel Vecchio continente la terapia applicata con successo dalla Fed.
Intanto la stessa Fed è in allerta, per il nuovo pericolo di contagio che viene dall’eurozona. Una delle “colombe” fra i banchieri centrali americani, James Bullard che è presidente della Fed di Saint Louis (la banca centrale è or- ganizzata anche qui su basi federali), lo dice così: «Possiamo decidere di mantenere in vita i nostri programmi di acquisti di bond se l’inflazione continua a scendere. Abbiamo sempre detto che la fine del quantitative easing sarebbe stata legata ai dati dell’economia reale. Se i mercati ci stanno dicendo che qualcosa di grave accade all’economia americana, quelle azioni possono continuare oltre dicembre». Per ora questa non è la posizione ufficiale della Fed. Ma la banca centrale Usa ha dimostrato reattività. Tra i suoi obiettivi istituzionali c’è la ricerca della piena occupazione. Di recente il tasso di disoccupazione americano è sceso sotto la barra del 6%, ha ritrovato il livello del 2008. Ma per la presidente della Fed, Janet Yellen, quel tasso non è l’unico indicatore che conta. Lei guarda con attenzione anche al numero di sotto-occupati (costretti ad accettare un part-time in mancanza di meglio) e ai disoccupati scoraggiati che sono usciti dal mercato. Ora c’è la nuova gelata che arriva dall’eurozona, già ha coinvolto i Brics e l’Opec, e costringe la Fed a rimettere in discussione i propri piani. É per questo che il dollaro ha smesso di rafforzarsi: la sua ascesa era legata alla certezza di un aumento dei rendimenti Usa, certezza che ora non c’è più. É un altro danno che l’eurozona s’infligge, perdendo anche il vantaggio di una moneta che si era finalmente indebolita dopo cinque anni in cui la svalutazione competitiva l’avevano usata gli altri.
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