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Il Tesoro si finanzia a tasso zero Risparmi fino a 2,5 miliardi

A tasso zero, o quasi. Da inizio anno il Tesoro italiano si sta finanziando a condizioni di favore, simili a quelle in cui spesso ci si imbatte nei messaggi pubblicitari che invogliano agli acquisti a rate. Ed è una novità, almeno per il nostro Paese, che se confermata per tutto il 2021 può tradursi in risparmi significativi e nell’ordine dei 2 miliardi di euro nella gestione di un debito pubblico che sfiora ormai i 2.200 miliardi. Il dato a cui non siamo certo abituati emerge dalle cifre pubblicate dal Mef, aggiornate a fine gennaio.

I benefici per le casse pubbliche

Il rendimento medio ponderato all’emissione registrato nel primo mese del 2021 dai titoli italiani è stato infatti pari ad appena lo 0,06 per cento. È vero che si tratta soltanto dell’inizio dell’anno, e di un periodo assai ristretto durante il quale sono state collocate obbligazioni a breve termine (i BoT) per un ammontare lordo di 20,5 miliardi di euro e a scadenza medio-lunga (BTp, CTz e CcT) per 35 miliardi. Ed è anche vero che questo valore è sicuramente aumentato, anche se in misura marginale, dopo le operazioni della scorsa settimana e soprattutto alla luce del collocamento sindacato di ieri, che ha coinvolto titoli dalla durata più lunga e quindi più «cari».

Resta però evidente che se una tendenza simile dovesse essere confermata nell’arco dei successivi undici mesi, i conti pubblici potrebbero trarne un beneficio significativo in termini di minori spese future per ripagare gli interessi a chi sottoscrive il debito italiano. Quando si pensa che nel 2020 il costo medio all’emissione, pur in sensibile discesa rispetto all’anno precedente, si era fermato allo 0,59% (a pochi centesimi dall’allora record storico di 0,56% del 2016) e si considera soprattutto che nell’arco dell’intero 2021 il Tesoro dovrà collocare nuovi titoli per un ammontare non lontano ai 500 miliardi di euro, si può stimare un esborso inferiore fino a 2,5 miliardi di euro rispetto a quando sarebbe stato necessario spendere finanziandosi alle condizioni dello scorso anno.

Risparmi «durevoli»

Si tratta certo di «risparmi» che si materializzeranno via via nel corso dei mesi a venire, sempre che i tassi si mantengano sugli attuali livelli. Alcuni dei vantaggi sono però destinati a mantenersi anche negli anni successivi, per tutta la durata delle obbligazioni emesse, e può essere quindi utile circoscrivere la stima ai soli titoli a media-lunga scadenza (oltre i 12 mesi). In questo caso il costo medio all’emissione è stato finora ovviamente più elevato, attorno allo 0,40%, ma risulta pur sempre inferiore di circa mezzo punto percentuale rispetto a quanto registrato nell’intero 2020.

E quando si pensa che il Tesoro potrebbe quest’anno collocare sul mercato un ammontare lordo di BTp e simili stimato dagli analisti nell’ordine dei 340-350 miliardi, si può ipotizzare un risparmio che resta sì leggermente al di sotto dei 2 miliardi, ma che si manterrà «a regime» anche negli anni successivi visto che la durata media dei titoli italiani sul mercato è di poco inferiore ai 7 anni. Parte di questi vantaggi sono da accreditare a quello che passa ormai comunemente come «effetto Draghi», e che traspare in modo evidente dal recente restringimento dello spread dei rendimenti decennali sia nei confronti della Germania (circa 25 punti base dal giorno dell’incarico all’ex presidente della Bce), sia rispetto alla più «vicina» Spagna.

Va però anche detto che la fase ribassista sui tassi dei BTp, e in generale della «periferia» europea, era già partita dalla primavera precedente, con i massicci interventi in acquisto della Bce e con l’accordo fra i governi sul piano Next Generation Eu. L’arrivo di Draghi ha, se non altro, ricondotto nei giusti binari un treno che rischiava di deragliare a causa dell’ennesima crisi politica italiana e, guardando sempre al nostro Paese, il mantenimento delle condizioni di favore delle ultime settimane dipende in primo luogo da quanto il nuovo Governo saprà ripagare la fiducia concessa dai mercati.

Contano i tassi, non solo lo spread

Ragionando in termini generali sui costi del debito pubblico occorrerà invece tenere presente anche i movimenti dei tassi su scala globale. Il loro livello sta infatti tornando a risalire, se pur in maniera graduale, di riflesso alle attese per una ripresa post-Covid e anche per un parziale ritorno dell’inflazione che potrebbe rendere le Banche centrali meno incisive sulle misure si sostegno, in particolar modo la Federal Reserve negli Stati Uniti. Una tendenza simile, se dovesse proseguire, influenzerebbe anche gli stessi rendimenti italiani fin tanto da arrestarne la discesa anche in presenza di spread più ristretti. Il Tesoro punta a ridurre ulteriormente il costo medio del debito italiano, calcolato come rapporto tra gli interessi e l’ammontare complessivo, rispetto al 2,4% registrato a fine 2020: il «traguardo» del 2% non sembra poi così irraggiungibile come un tempo, ma i conti finali si fanno sui tassi, non sugli spread.

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