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Tesoro nazista, sfida internazionale per riavere le opere

BERLINO — I nomi dei colpevoli — da Hitler a Goebbels, il teorico della lotta contro l’arte «degenerata» — sono già scritti nei libri di storia. Il caso dell’incredibile tesoro scoperto a Monaco aspetta ora le soluzioni. Il rischio è che diventi, come sta in realtà già iniziando ad accadere, un giallo internazionale destinato a trascinarsi per decenni. Le organizzazioni del mondo ebraico e gli eredi dei possibili proprietari chiedono un forte impegno alle autorità tedesche. Si moltiplicano gli appelli perché venga fornita una precisa descrizione degli oltre 1.400 dipinti, acquerelli e disegni nascosti nell’appartamento di Cornelius Gurlitt,il figlio ottantenne dello studioso e mercante che sostenne di avere perso la sua collezione nel bombardamento di Dresda.
I risvolti politico-legali della vicenda sono talmente complessi che il portavoce della cancelliera tedesca, Steffen Seibert, è dovuto intervenire nuovamente ieri. «Siamo favorevoli — ha detto — alla pubblicazione di informazioni su queste opere d’arte laddove esistano già indicazioni che possano essere state confiscate a persone perseguitate dai nazisti». Un primo passo, forse, per superare l’eccessiva prudenza dimostrata dai responsabili dell’inchiesta. «La timidezza degli sforzi compiuti fino ad oggi è gigantesca», ha scritto il quotidiano Münchner Merkur . «Si sono preoccupati solo di mantenere il segreto», ha osservato a Bonn il General Anzeiger . In effetti, anche il governo Merkel, informato del caso da diversi mesi, non ha fatto niente, in questo lasso di tempo, per cercare di entrare in contatto con i possibili proprietari.
E intanto nuovi misteri si aggiungono, come quello rivelato ieri dalla Süddeutsche Zeitung . Subito dopo la guerra gli alleati tennero in custodia a Wiesbaden, in Assia, un centinaio di opere d’arte, tra cui i due sconosciuti capolavori di Otto Dix e Marc Chagall ritrovati dalla polizia nel febbraio dell’anno scorso. Ma Hildebrand Gurlitt — che dopo essere stato estromesso da due incarichi negli anni trenta per avere una nonna ebrea, era entrato nelle grazie di Goebbels diventando il suo uomo di fiducia per le vendite all’estero delle opere di arte «degenerata» sequestrate dal regime hitleriano — riuscì a rientrare in possesso della sua collezione privata convincendo gli anglo-americani che era stata acquistata legalmente. Quei cento pezzi erano solo una parte del tesoro poi custodito dal figlio. Nessuno è in grado di spiegare come lo studioso tedesco, morto in un incidente stradale nel 1956, avesse potuto accumulare un patrimonio tanto ingente, costituito per la gran parte da opere confiscate o acquistate a prezzi irrisori da ebrei in fuga. E che dire poi di quella sorta di omertà che ha sempre circondato le sporadiche vendite compiute più recentemente da Cornelius nel mercato dei collezionisti? «Gli veniva aperta occasionalmente la porta, ma nessuno faceva domande», ha scritto Die Welt .
Quel silenzio è durato troppo a lungo e sono in molti a chiedere adesso interventi decisi, anche sulla base della Dichiarazione di Washington, firmata nel 1988 da Germania e Stati Uniti, che stabilisce una serie di principi per facilitare la restituzione di opere d’arte sequestrate o acquistate illegalmente. «La situazione giudiziaria per quello che se ne può sapere è che Cornelius Gurlitt dovrebbe essere il legittimo proprietario di una grande parte delle opere in questione, anche se ciò appare discutibile da un punto di vista etico» ha detto alla Reuters Uwe Hartmann, responsabile dell’agenzia statale che si occupa delle ricerche sulla provenienza delle proprietà delle collezioni pubbliche. Uno scontro, insomma, tra diritto e morale.
L’ex ministro della cultura Michael Naumann ha sostenuto comunque che sarebbe assurdo lasciare nelle mani di Gurlitt un patrimonio sottratto ad ebrei che cercavano di sfuggire alle persecuzioni. Un eccesso di garantismo nei confronti del misterioso affittuario dell’appartamento di Schwabing — del quale si ignorano tutti i movimenti più recenti — viene visto negativamente, per fare solo un esempio, dalla Jewish Claims Conference, l’organizzazione che fornisce assistenza alle vittime del nazismo impegnate nelle battaglie per gli indennizzi. «Bisogna mettere all’asta — si legge in una dichiarazione — i dipinti dei quali non si trovano gli eredi e utilizzare il ricavato in iniziative benefiche legate alla memoria dell’Olocausto». La battaglia è appena all’inizio. E il governo tedesco deve riuscire a sbrogliare una situazione molto complicata.

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