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Il Tesoro: «Manovra 2017 da otto miliardi»

Nel 2017 servirà una manovra di bilancio da 8 miliardi di euro, mezzo punto di prodotto interno lordo, da recuperare con «nuove misure di riduzione strutturale della spesa corrente», ed altre «volte a recuperare base imponibile e ad accrescere la fedeltà fiscale». Saranno dunque la lotta all’evasione e una nuova tornata della revisione della spesa, si legge dell’aggiornamento del Def diffuso ieri in tarda serata dal governo, a chiudere la manovra del prossimo anno basata in buona parte sull’aumento del deficit, che salirà dall’1,6 tendenziale al 2% del Pil.

La manovra servirà soprattutto a scongiurare gli aumenti dell’Iva (ora che la pressione fiscale è scesa dal 43,6 del 2013 al 42,1%), e dunque a compensare un mancato gettito di 15 miliardi di euro, ma anche per finanziare «interventi di sostegno ai pensionati in difficoltà», favorire «la flessibilità d’uscita nel sistema previdenziale senza modificarne i parametri fondamentali», gli investimenti delle imprese ed il rinnovo dei contratti nel pubblico impiego.

Accanto a questi interventi il governo mette in preventivo altri 6,5 miliardi di spese per fronteggiare l’emergenza immigrazione e la ricostruzione dopo il terremoto, ritenendo che in quanto eccezionali possano essere scomputate dal bilancio, e dunque non pesare sul disavanzo pubblico. Sono 3,5 miliardi per fronteggiare il flusso dei migranti ed altri 3 per il sisma. Ma non solo per la ricostruzione delle case e delle infrastrutture distrutte o danneggiate.

«I tragici eventi succedutisi negli ultimi anni rendono prioritario — si legge nel documento dell’esecutivo — programmare interventi antisismici per mettere in sicurezza la popolazione, il territorio e il patrimonio abitativo e culturale del Paese». Si citano il piano per l’adeguamento sismico delle scuole, ma anche gli «interventi urgenti di risanamento ambientale e idrogeologico». Spese che sarà difficile sterilizzare dal bilancio, benché i terremoti negli ultimi 50 anni siano costati al bilancio pubblico la bellezza di 121 miliardi, una tassa fissa di 2,5 miliardi di euro l’anno: per la Ue possono essere espunte dal bilancio solo le spese «una tantum», effettuate «nel breve termine» ed in risposta ad un evento «specifico», e «non ricorrente». Condizioni che pongono il negoziato in salita anche per quanto riguarda l’immigrazione. Nel 2016 l’Italia ha potuto spendere 3,3 miliardi per l’immigrazione, valutata come un fenomeno eccezionale. Ora ne chiede 3,5 fuori dal Patto per lo stesso motivo, ma secondo la Ue quella spesa è ormai «ricorrente» e non straordinaria. Il governo sostiene che la Ue non ha dato seguito al piano di redistribuzione tra i paesi dei migranti, e che dunque l’Italia resta in una situazione eccezionale.

Il Documento conferma la revisione delle stime di crescita, indicata all’1% nel 2017, poi all’1,3%, ma non modifica granché il percorso verso il pareggio di bilancio confermato nel 2019. Tanto più che secondo il Tesoro una differente valutazione del prodotto potenziale rispetto al sistema Ue, che il governo si adopererà per modificare, proietterebbe il pareggio di bilancio al già al 2018, evitando una nuova manovra l’anno successivo. Il rapporto debito/Pil, invece, scenderà solo dal prossimo anno, dal 132,8% del 2016 al 132,5, portandosi al 126,6% nel 2019. Un quadro ottimistico secondo l’Ufficio Parlamentare di Bilancio, che ha dato via libera alle nuove previsioni, ma sottolineando per il 2018-2019 «la presenza di rilevanti fattori di rischio» che inducono «preoccupazioni sull’effettiva realizzabilità delle previsioni stesse».

Mario Sensini

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