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Terremoto al vertice Deutsche Bank i dubbi sul futuro scatenano la Borsa

Vertice sconfessato, un nuovo numero uno britannico, pesante incertezza sul futuro: nella lunga storia di Deutsche Bank non era mai andata così male. Il giudizio è duro, ma ieri mattina lo potevi leggere su tutti i principali media tedeschi, di qualsiasi orientamento. Dalla Welt alla Sueddeutsche Zeitung alla Frankfurter Allgemeine, tutti usavano le parole più severe dopo il terremoto al vertice del maggiore istituto di credito della Repubblica federale: «Il capitale di fiducia è andato in fumo», «il caos ai piani alti non è mai stato così totale», «assistiamo a sviluppi quanto mai preoccupanti per la Banca e per il Paese».

Ricordiamo brevemente i fatti: dopo una raffica di voci e boatos, domenica è venuto l’annuncio ufficiale che i due numeri uno di Deutsche, Anshu Jain e Juergen Fitschen, avevano presentato le dimissioni. Fitschen resterà un po’, fino al 2016. Ma l’inglese John Cryan, membro del Consiglio di sorveglianza dal 2013, prima alla guida di Temasek, il fondo pubblico di Singapore, e prima ancora del vertice di Ubs, sale al vertice. Sotto la continuità della supervisione di Paul Achleitner, che resta numero uno del Consiglio di sorveglianza.
Non a caso ieri la Borsa ha festeggiato il terremoto con fuochi d’artificio: il titolo Deutsche si è apprezzato di oltre il 5 per cento. I problemi che Jain e Fitschen in parte avevano ereditato dal predecessore Josef ‘Joe’ Ackermann, in parte avevano inasprito o non risolto, avevano condotto a una rivolta aperta degli azionisti. Troppi affari dubbi, troppe spese per multe e condanne — 2,5 miliardi, quella più alta comminata dalle autorità di vigilanza bancaria americane e britanniche per manipolazioni di Libor e Forex, è un record — e ben settemila cause in corso, pesano su bilanci e immagine dell’istituto nato ai tempi del Kaiser per sostenere l’industrializzazione tedesca.
Siamo tristemente lontani, affermano Harald Freiberger e Ulrich Schaefer, esperti della Sueddeutsche, dalla memoria dei grandi numero uno postbellici di Deutsche, da Hermann-Josef Abs fino ad Alfred Herrhausen, «banchieri di calibro internazionale con qualcosa del talento dei leader politici». Gli stessi cambiamenti annunciati dai due dimissionari — meno investment banking, più attenzione al mercato interno, cessione di Postbank — hanno deluso, non convinto.
«La più grande banca tedesca è debole come mai prima nella sua Storia», nota Thomas Exner di Die Welt. Il gap gravissimo tra i due volti del sistema-Paese Germania appare ora in tutta la sua pericolosità: un’industria global player e campione dell’export ai massimi livelli mondiali di competitività, qualità, eccellenza, coesiste con un sistema bancario debole, vecchio, pieno di difetti. Con Landesbanken e Sparkassen sulle spalle dei conti sovrani, Commerzbank salvata da aiuti pubblici dopo la crisi mondiale del 2008 (poi ha restituito le somme). E la stessa Deutsche aiutata indirettamente dal soccorso Usa all’assicuratrice locale Aig. Adesso il tempo stringe, John Cryan ha fretta di restaurare immagine e rating delle nere torri gemelle di Francoforte. E di ricostruire un rapporto di fiducia con politici ai minimi storici una laconica Angela Merkel si è detta «Non sorpresa della decisione dell’azienda».
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